Nuovi sviluppi del Centro Allerta Tsunami a tre anni dal terremoto in Turchia del 6 febbraio 2023

Tre anni fa, il 6 febbraio del 2023, la Turchia venne colpita da uno dei più forti terremoti della sua storia, di magnitudo 7.8 nella regione sudorientale del Paese, nota per la presenza di una delle più grandi faglie attive del mondo, la Faglia Est-Anatolica (EAF), lungo la quale si era originato il terremoto stesso. La devastazione fu enorme, con interi paesi rasi al suolo, decine di migliaia di vittime e milioni di sfollati.

Non tutti si ricordano che nella notte tra il 5 e il 6 febbraio, pochi minuti dopo l’evento, alle ore 02:17 italiane, le 04:17 in Turchia, il Centro Allerta Tsunami (CAT) dell’INGV e l’analogo centro di monitoraggio turco, il KOERI, diramarono un messaggio di allerta rossa (il massimo) per un possibile tsunami che avrebbe potuto colpire tutte le coste del Mediterraneo

A posteriori l’allerta apparve, agli occhi di molti, ingiustificata o quanto meno esagerata. 

Questo articolo vuole ricostruire brevemente cosa accadde quella notte e soprattutto perché venne diramata l’allerta rossa. 

Il terremoto

Senza entrare in troppi dettagli tecnici sull’evento sismico e sul processo di rottura, su cui sono stati scritti numerosi articoli in questi tre anni, riportiamo una mappa con lo schema geologico della regione. Nella figura è riportato l’epicentro del terremoto del 6 febbraio 2023 (la stella rossa più grande) posizionato lungo la EAF, a circa 95 km dalla costa, e la zona dei terremoti successivi (aftershocks in rosso chiaro). La rottura sulla EAF è stata di circa 300 km ed è avvenuta in senso bidirezionale, ossia si è propagata dal punto iniziale della rottura sia verso nord-est che verso sud-ovest. Il particolare della distanza dalla costa, di poco inferiore ai 100 chilometri, è molto importante per quanto vedremo dopo relativamente all’allerta tsunami. Il meccanismo di rottura è stato di tipo prevalentemente trascorrente, ossia con un movimento orizzontale, anche se localmente sono stati osservati spostamenti verticali lungo alcuni settori della faglia.

Mappa con lo schema geologico tratta da un articolo su Le Scienze del 2023 di A. Amato, al quale si rimanda per altri dettagli sull’evento sismico.

L’allerta tsunami nel Mediterraneo

Il CAT dell’INGV è uno degli Tsunami Service Provider (TSP) della regione NEAMTWS, uno dei quattro Centri di Coordinamento Intergovernativo coordinati dalla Commissione Oceanografica dell’UNESCO. Il CAT effettua il monitoraggio H24/7 dei terremoti nel mondo e rilascia i messaggi di informazione e allerta di possibili tsunami per l’intero bacino del Mediterraneo. I messaggi vengono inviati per ogni evento sismico di magnitudo pari o superiore a 5.5 che avvengono in mare o lungo le coste. Poiché le aree di rottura delle faglie per i grandi terremoti sono di centinaia o migliaia di chilometri quadrati, si considerano potenzialmente pericolosi anche i terremoti che avvengono fino a 100 km dalla costa

Ecco spiegato il motivo dell’allerta diramata nonostante la notevole distanza dal mare. 

Perché è stata diramata l’allerta di livello rosso per tutto il bacino del Mediterraneo, Italia compresa? 

Sin da quando il CAT venne accreditato come TSP da una specifica commissione UNESCO, la definizione dei livelli di allerta è stata stabilita in base a una Matrice Decisionale che venne approvata e implementata. Analoghe matrici decisionali sono utilizzate dagli altri TSP del NEAMTWS. La Matrice del CAT, approvata anche dal Dipartimento della Protezione Civile (DPC) nella Direttiva SiAM del 2017, prevede che per i terremoti di magnitudo superiore a 7.5 si dirami un’allerta rossa (Watch nella nomenclatura del NEAMTWS) per tutto il bacino del Mediterraneo, mentre per terremoti più piccoli (es. tra 6.5 e 7.0) l’allerta rossa è limitata ad aree più ristrette (raggio di 100 km o 400 km), come accaduto il 30 ottobre 2020 a Samos, nel Mar Egeo. Va detto che la Matrice descritta è stata definita considerando un approccio conservativo, per evitare mancati allarmi. 

Nel caso del terremoto turco del 2023, quindi, la diramazione dell’allerta rossa per tutto il Mediterraneo, Italia compresa, era giustificata dalle procedure in atto. Il primo messaggio venne inviato otto minuti dopo il terremoto, un tempo sufficiente per allertare le persone in prossimità dell’area colpita, e molto ampio per avvisare le persone poste in luoghi lontani: ad esempio, i tempi di arrivo previsti per l’Italia di uno tsunami originato nell’estremo Mediterraneo sono di oltre quattro ore per le coste più prossime (quelle della Calabria ionica) e superiori alle sei ore per le coste dell’Italia centrale e settentrionale.

Alla ricezione del messaggio iniziale, il DPC ha diramato automaticamente l’allerta a tutti i destinatari istituzionali (Regioni, Province, Comuni, Vigili del Fuoco, Ferrovie, Autostrade, ecc.), comprese le Agenzie di Stampa.

Mappa dei livelli di allerta calcolati in base alla Matrice Decisionale in uso al CAT: come si nota sono tutti rossi. I triangoli rappresentano i punti di previsione (i c.d. Forecast Point); le curve di livello indicano i tempi di percorrenza dello tsunami causato dal terremoto del 6 febbraio 2023 in Turchia.

La conferma dell’allerta

Le procedure operative in caso di allertamento a seguito di un forte terremoto prevedono che il primo messaggio venga inviato il prima possibile: nel caso del 2023, venne inviato otto minuti dopo il terremoto (la Direttiva SiAM stabilisce che il tempo massimo per l’invio del messaggio iniziale sia di 14 minuti). A seguire, i Turnisti del CAT controllano i dati dei mareografi più vicini all’epicentro, per confermare l’eventuale presenza delle onde di tsunami. Nel caso in questione, lungo le coste della Turchia sud-orientale erano operativi due mareografi, quello di Iskenderun e quello di Erdemli. Entrambi questi strumenti rilevarono lo tsunami, per quanto di entità limitata (come mostrato nei grafici riportati sotto). I Turnisti del CAT, di concerto con il Funzionario CAT reperibile quella notte, emisero, quindi, un secondo messaggio (ongoing secondo la nomenclatura internazionale, di conferma secondo le procedure del SiAM), circa un’ora dopo il primo (alle 03:37 ora italiana). In piena notte in Italia l’allerta tsunami era in corso.

Segnali mareografici delle due stazioni operative lungo le coste della Turchia sud-orientale. In entrambi i casi è possibile osservare delle oscillazioni anomale del mare. Fonte: Sito Intergovernmental Oceanographic Commission (https://www.ioc-sealevelmonitoring.org).

Purtroppo, nel Mediterraneo orientale non c’erano molti altri mareografi funzionanti, motivo per cui era molto difficile prevedere se le coste italiane fossero in pericolo.

Nel frattempo, a titolo cautelativo, diversi Enti territoriali in Italia avevano applicato le procedure previste in caso di allerta. In qualche caso, laddove tali procedure non erano ancora state stabilite, si sono adottate misure di cautela ancora maggiori, mentre in altri casi l’allerta è stata ignorata. Tra le misure intraprese, sono state chiuse alcune scuole e bloccati i treni in Puglia, Calabria e Sicilia, solo per citarne qualcuna.

Notizia pubblicata dall’ANSA alle ore 03:31 del 6 febbraio 2023 in seguito alla diramazione dell’allerta tsunami nel bacino del Mediterraneo.

In queste condizioni di incertezza, con uno tsunami osservato in Turchia, il CAT ha ritenuto necessario di non chiudere l’allerta prima di aver controllato un numero sufficiente di mareografi, compresi alcuni di quelli ubicati in Italia. I primi punti di osservazione disponibili per le nostre coste, appartenenti alla Rete Mareografica Nazionale dell’ISPRA, erano quelli di Crotone in Calabria (dove la prima onda sarebbe eventualmente arrivata alle 06:32 ora italiana) e di Catania in Sicilia, dove lo tsunami sarebbe arrivato pochi minuti dopo, alle 06:39 ora italiana (i tempi di arrivo vengono stimati considerando la distanza e la profondità del mare lungo il tragitto e sono riportati nei messaggi di allerta). Soltanto trascorsa circa mezz’ora dall’arrivo stimato in Italia, non osservando alcuna anomalia in questi e in altri mareografi (Messina, Otranto, ecc.) alle 07:02 ora italiana è stato diramato il messaggio di fine allerta dal CAT

A quel punto, molte delle procedure di allertamento che erano state messe in atto vennero ritirate. In alcuni casi, tuttavia, l’allerta venne mantenuta anche dopo, come nel caso di scuole in alcune regioni lontane come la Campania che rimasero chiuse per cautela.

Notizia pubblicata dal Fatto Quotidiano il 6 febbraio 2023 dopo la chiusura dell’allerta tsunami nel bacino del Mediterraneo.

Si può parlare di una “falsa allerta”?

No, non proprio. In realtà, come descritto sopra, il terremoto, pur essendosi originato a quasi 100 km dalla costa e con un movimento di tipo trascorrente, ha generato uno tsunami, sia pure di piccole dimensioni, secondo alcuni studiosi a causa di una frana sottomarina, ma la dinamica non è ancora del tutto chiara. A posteriori, si può supporre che, se la faglia si fosse propagata interamente verso sudovest invece che bilateralmente, avrebbe interessato il fondale marino per una lunghezza notevole, probabilmente superiore ai 100 chilometri, e in un caso del genere uno tsunami più grande si sarebbe potuto generare. 

Per una migliore comprensione di quanto accaduto,  va ricordato che nei primi minuti dopo un terremoto non si hanno informazioni sulle caratteristiche della faglia coinvolta; pertanto le previsioni, che devono essere tempestive, possono basarsi unicamente sui dati del terremoto (posizione, profondità, grandezza).  

Come è migliorato il Sistema di allerta tsunami

Già prima del terremoto del 2023, il CAT stava lavorando per superare i limiti della Matrice Decisionale. Il metodo che è stato messo a punto dai ricercatori del CAT (denominato Probabilistic Tsunami Forecasting, PTF) si basa su una stima probabilistica che viene effettuata una volta nota la posizione, la profondità e la magnitudo del terremoto, tenendo conto delle conoscenze geologiche pregresse. In pratica si stima quali sono le probabilità che un determinato terremoto sia avvenuto su una delle faglie note (o presunte) di quella regione, prendendo in considerazioni tutti i possibili scenari. Nel caso del terremoto del 2023, la presenza dominante della Faglia Est-Anatolica, notoriamente una faglia trascorrente sinistra, avrebbe permesso di capire che la probabilità di uno tsunami distruttivo era molto bassa. In effetti, le simulazioni effettuate ex post simulando la situazione reale hanno mostrato che il metodo del PTF avrebbe fatto una previsione accurata di quanto poi successo realmente, come si vede nella figura sottostante. Come si vede, soltanto le aree più prossime all’area epicentrale sono rosse o giallo-arancio, mentre tutto il resto del bacino del Mediterraneo presenta un livello verde, cioè di sola informazione e non di allerta.  

Simulazione dei tempi di arrivo delle onde dello tsunami (curve di livello) causato dal terremoto del 6 febbraio 2023 in Turchia, utilizzando il metodo del Probabilistic Tsunami Forecasting, PTF. I triangoli rappresentano i punti di previsione (i c.d. Forecast Point).

In questi tre anni sono proseguiti i test per perfezionare il metodo, con numerosi passaggi per gli organi interni all’INGV (CdA, Consiglio Scientifico e un panel di esperti internazionali), con il DPC, con quelli del NEAMTWS e con il coinvolgimento della Commissione Grandi Rischi (Sezione Maremoti), organismo di consulenza del DPC.

Il ruolo del DPC era quello di stabilire le soglie di probabilità che ottimizzassero il rapporto tra falsi e mancati allarmi. Proprio nelle ultime settimane sono stati affrontati gli ultimi aspetti rimasti aperti e a breve il metodo entrerà in operatività, con l’abbandono della Matrice Decisionale.

Ulteriori sviluppi del sistema di monitoraggio per gli tsunami

Nel 2025 sono state posizionate dall’INGV due boe di monitoraggio nel Mar Ionio per potenziare la rete di sorveglianza degli tsunami. Si tratta delle prime boe d’alto mare installate nel Mar Mediterraneo e, grazie alla loro posizione, consentiranno di caratterizzare eventuali onde di tsunami in anticipo, prima che raggiungano le coste italiane e prima ancora di essere rilevate dai mareografi presenti nei nostri porti. Questo ha reso più efficace il sistema di allerta e ha colmato una precedente mancanza di dati in mare aperto.

A cura di Alessandro Amato con il contributo di Lorenzo Cugliari e Silvia Filosa, CAT-INGV e di INGVterremoti.


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