Il terremoto del Gran Sasso del 5 settembre 1950

Le lancette dei sismografi del “Vincenzo Cerulli” sul colle Urania hanno smesso di tracciare sui rulli della carta millimetrata la loro silenziosa e tragica corsa irregolare iniziata ieri mattina alle prime luci dell’alba. Bisogna essere vecchi, bisogna aver assistito ai terremoti di Avezzano, a quello della notte del 28 giugno 1898 che distrusse parzialmente la città di Rieti, per riconoscere da lontano l’approssimarsi della funebre danza che si fa precedere da rombi sordi, gravi e prolungati e qualche volta da bagliori e lampi.

Inizia con queste parole la corrispondenza di Filippo Raffaelli per il giornale Momento Sera del 6 settembre 1950. E continua così.

I vecchi non sanno nulla delle carte dei terremoti che assomigliano stranamente a matasse di filo aggrovigliate, non sanno nulla delle linee isosismiche e dei movimenti orogenetici, ma conoscono quel fiato caldo e spesso che sembra arrivare dalle profondità della terra, quel boato che sembra il rombo di un treno sotto una galleria e quei brevi secondi che cambiano la fisionomia della terra. Allora se si trovano fuori casa, magari perché si trovano già al lavoro dei campi o perché sono partiti a raggiungere il lontano centro di attività, ringraziano quel Dio che li ha ispirati; se sono dentro case si spiaccicano contro i muri, sotto le volte, raccomandandosi, l’anima fra una fitta pioggia di calcinacci. Così è accaduto alle cinque di ieri mattina, quando la terra ha cominciato a ballare. Tre secondi dopo un’altra scarica ancora più violenta che sembrava voler strappare Teramo dalle sue antiche radici.

A quell’ora antelucana alcune beghine pregavano sotto le navate romaniche della Cattedrale: pregavano il Santo Patrono, ognuna aveva la sua grazia da chiedere, ma non credevano che il momento di chiedere di aver salva la vita fosse così prossimo. Più tardi, quando dopo tutto quel fracasso, si ricordarono di loro, le trovarono fra le panche e gli inginocchiatori, distese riverse, svenute dallo spavento.

Il peggio non s’era ancora visto. Crolli, lesioni, comignoli portati via come fuscelli, calcinacci e larghe falde d’intonaco che si sbrecciavano sollevando alte nuvole biancastre: Porta Romana, Porta Vezzola, il Castello, le cui pietre che avevano conosciuto la stasi dei secoli si risvegliavano all’improvviso scrollandosi da dosso un torpore antico; la caserma dei carabinieri lesionata e due carabinieri rimasti sotto il crollo di una volta che chiedevano insistentemente aiuto.

La gente non se l’era lasciato dir due volte di abbandonare le stanze da letto rese ormai trappole di morte, nelle succinte vesti in cui si trovava, per correre in mezzo alle piazze aperte, ai giardini, alle strade larghe, dovunque ci fosse un poco di respiro e non si vedessero quelle sinistre mura che sembravano aver dimenticato all’improvviso le leggi della statica. Bisogna uscire da Teramo per capire cosa possano produrre i cosiddetti assestamenti tettonici della terra in pochi secondi.

Un bombardamento che non conosce errori di calcolo, di valutazione, che colpisce ogni obbiettivo senza distinzione di persone, di censo; il povero con il ricco, il buono con il cattivo, l’utile e l’inutile, la stamberga e la villa.

Bisogna uscire con le squadre dei vigili del fuoco, come ho fatto col comandante Gabriello Mancini. Insieme al quale mi sono recato nelle località più colpite della provincia, bisogna andare in mezzo alle case della Nocella, di Campli, di Villa Romita, di Miano per capire quale portata possano raggiungere quei famosi cinque, sei sette secondi. È come se un’immensa riserva di energia atomica deflagrasse all’improvviso; così dicono i geofisici che hanno potuto calcolarne approssimativamente la portata in chilogrammetri in base ai rilievi della nuova scala Cancani, più precisa di quella Mercalli, e che è basata sull’accelerazione massima che l’urto sismico imprime allo strato terrestre. 

Siamo arrivati a Villa Romita che annottava. Dalle case disabitata non una luce, né per le strade: la violenza della scossa aveva sradicato i pali della corrente, strappando i fili. I vigili correvano da ogni parte a puntellare i muri più pericolanti, mentre la gente si affannava a trascinare in mezzo alla strada tavoli, armadi, sedie cassetti sventrati dai quali la biancheria straripava a flotti. Qualcuno aveva trovato delle candele e al baluginare di quella luce giallastra, le ombre degli accampati si allungavano smisuratamente. Le volte di molte camere avevano ceduto sotto l’immane spinta: le vecchie oleografie gettavano bagliori policromi occhieggiando attraverso impensate voragini.

[…] ci siamo diretti verso la Nocella, dalla quale giungevano le notizie più sinistre. È un vecchio paesotto, con case antiche e malferme, tirate su con criteri primitivi e muri corrosi dal tempo e dalle intemperie, che si reggono in piedi più per consuetudine che per obbedienza alle leggi della statica. Le scosse del terremoto non potevano trovare ambiente più favorevole per la loro azione distruttiva.

La prosa suggestiva dell’inviato Filippo Raffaelli del Momento Sera racconta le prime ore dopo la scossa del 5 settembre 1950 nel Centro Italia. 

Sono trascorsi poco più di 75 anni dal 5 settembre 1950, quando nell’Appennino centrale avvenne un forte terremoto che colpì molti centri abitati delle province di Teramo, Pescara, L’Aquila e Rieti.

Figura 1. Articolo sul terremoto nella edizione dell’Italia Centrale del Mattino.
 
Figura 2. Mappa dell’intensità dell’evento del 5 settembre 1950 nel Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (Rovida et al., 2022).
 

Nonostante sia stato uno degli eventi sismici più forti avvenuti tra il Gran Sasso d’Italia e i Monti della Laga, questo terremoto è rimasto a lungo trascurato dalla letteratura scientifica. L’interesse verso di esso è riemerso solo dopo la drammatica sequenza sismica del 2016-2017, che ha colpito duramente molte delle stesse località già danneggiate nel 1950. Una delle peculiarità di quest’evento, evidenziata già dagli osservatori coevi (Di Filippo e Marcelli, 1951; Caloi 1969), e che lo rendeva diverso da quelli noti dell’area appenninica, riguarda l’estensione del campo macrosismico, molto ampia e con una direzione preferenziale circa E-O, anziché lungo l’asse appenninico (Figure 2 e 4). Le registrazioni strumentali dell’epoca, poche e di qualità limitata (la stazione più vicina era Roma ING, presso l’Università), non hanno consentito una localizzazione ipocentrale sufficientemente accurata.

Figura 3. Traccia del terremoto del 5 settembre sul sismogramma della stazione di Roma Università, la più vicina all’epicentro.

Anche la stima della magnitudo, calcolata sulle registrazioni, mostrava una variabilità significativa, da 5.1 (ING, 1950) a 7.1 (Caloi, 1969). Il terremoto del 5 settembre 1950 (alle ore 04.08 GMT) rappresentò il culmine di un’attività sismica abbastanza intensa avvenuta durante il biennio 1950-1951, che vide l’area del Gran Sasso – Monti della Laga sede di diversi eventi sismici.

Figura 4. Mappa delle isosiste di Di Filippo e Marcelli (1951).

I paesi maggiormente danneggiati dal terremoto del 5 settembre 1950 sono quelli ubicati lungo una larga fascia a cavallo della dorsale appenninica fra le province di Rieti, L’Aquila e Teramo (figure 2 e 4). Comuni e frazioni come Accumoli, Bisenti, Montereale, Isola del Gran Sasso, tra gli altri, ebbero a subire effetti fino all’VIII grado della scala MCS, in virtù di danni molto gravi alle strutture. Nei rapporti dell’epoca si descrivono lesioni gravi ai muri portanti, tetti e solai, diversi collassi parziali e totali e un diffuso danneggiamento generale alle abitazioni. Secondo lo studio di Di Filippo e Marcelli (1951), per anni unico lavoro su questo terremoto, l’entità dei danni fu dovuta principalmente alla elevata vulnerabilità degli edifici: ”… le case sono malsicure ed assolutamente inadatte a resistere ad un terremoto”. 

Figura 5. Campotosto, con le tende della Croce Rossa Italiana per gli sfollati. Si noti il campanile del Duomo scoperchiato (gentile concessione Adriano Ruggeri).

Le costruzioni colpite dal terremoto erano generalmente “povere”, in pietra semplice, spesso non squadrata, costruite senza l’ausilio di cordoli. La povertà abitativa era un fatto endemico di quelle zone dell’entroterra appenninico abruzzese, che uscivano anche dalle drammatiche vicissitudini belliche e da ripetuti eventi sismici come quelli del 3 ottobre 1943 o del 3 settembre 1950 (localizzati in area ascolana, ma con effetti di danno anche nel teramano, vedi al proposito Monachesi e Castelli, 1991; Tertulliani et al., 2006).

Una caratteristica di questo evento, come già citato, fu l’estesa area di risentimento: effetti di VII grado si registrarono in quasi tutta la provincia di Teramo, e parte delle province di Pescara, L’Aquila, Rieti e Ascoli Piceno, con un danno diffuso e generalmente di entità lieve o moderata.

Una ricostruzione dettagliata dello scenario macrosismico fu proposta solo decenni dopo grazie allo studio di Tertulliani et al. (2006), basato su moltissime fonti inedite e archivistiche. Quanto conosciuto in precedenza era dovuto ai citati lavori di Di Filippo e Marcelli (1951) e di Monachesi e Castelli (1992). Tuttavia, mentre i primi si erano maggiormente concentrati sugli aspetti strumentali e sismotettonici del sisma, trascurando in parte i dati macrosismici, i secondi, oltre 40 anni dopo, evidenziarono proprio questo limite.

Le ricerche di Tertulliani et al. (2006) hanno mostrato come i danni riportati dagli edifici fossero spesso complicati da una sovrapposizione di eventi: le opere di risanamento e ricostruzione degli edifici dopo gli eventi del 1943 e del 3 settembre 1950, si erano prolungati per decenni, confondendosi addirittura alle richieste di risarcimento per i danni di guerra (Tertulliani et al., 2014), e persino ai danni del terremoto del 1972 delle Marche meridionali(!). Questa stratificazione di effetti sismici e le relative attività amministrative ha contribuito pertanto a rendere il terremoto del 5 settembre 1950, dal punto di vista dell’impatto sul territorio, uno dei più complessi dello scorso secolo.

A complicare ulteriormente il quadro contribuì una replica significativa, avvenuta l’8 agosto 1951.

La complessità degli effetti prodotti dal terremoto si riflette in parte sulla sua interpretazione sismogenetica.

Diversamente dalla maggior parte dei terremoti appenninici, le cui distribuzioni delle intensità si orientano generalmente in direzione NW-SE (classicamente definita appenninica), il terremoto del 1950 mostra una distribuzione delle intensità (piano quotato o campo macrosismico) allungata trasversalmente alla direzione appenninica stessa (antiappenninica). Questo andamento, insieme ad una probabile origine più profonda dell’ipocentro, lo accomuna ad altri terremoti nelle cosiddette aree “esterne” (Vannoli et al., 2004) come i terremoti di San Giuliano di Puglia del 2002, del Potentino del 1990, o quello di Lanciano del 1881, per fare alcuni esempi.

Sebbene, come osservato da Tertulliani et al. (2006), “non siano disponibili ipotesi attendibili sulla sorgente causativa” per i terremoti del 1950 e del 1951, gli stessi autori ipotizzarono la possibile attivazione di una struttura orientata trasversalmente alla catena (E-O), localizzata a profondità maggiori rispetto a quelle tipiche dei terremoti distruttivi dei settori intermontani (generalmente entro i 10-15 km). L’ampiezza dell’area di danneggiamento, paragonabile a quella prodotta da eventi di magnitudo elevata in ambito appenninico, può confermare l’ipotesi di una sorgente più profonda rispetto a questi ultimi. Secondo questa ricostruzione, la sorgente sismogenetica del terremoto del 1950 potrebbe essere rappresentata da una faglia cieca, ubicata al di sotto dell’edificio strutturale della Laga, con andamento ca. E-O, tra il lago di Campotosto e Pietracamela. Tale ipotesi è condivisa anche dai compilatori del Database delle Sorgenti Sismogenetiche dei terremoti italiani (DISS Working Group, 2025). 

A cura di Andrea Tertulliani (INGV-Roma1)

 

Bibliografia citata e altra documentazione utile

Di Filippo D., Marcelli L. (1951) – Uno studio del terremoto del Gran Sasso d’Italia del 5 settembre 1950. Annali di Geofisica, IV, 2: 213-239. DISS Working Group, 2025).

Database of Individual Seismogenic Sources (DISS), Version 3.3.1: A compilation of potential sources for earthquakes larger than M 5.5 in Italy and surrounding areas. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). https://doi.org/10.13127/diss3.3.1

Gasparini C., Iannaccone G., and Scarpa R. (1985) – Fault-plane solutions and seismicity of the Italian peninsula, Tectonophysics, 117, 59-78.

ING (1950) – Bollettino sismico mensile dell’Istituto Nazionale di Geofisica (ING). [è consultabile online presso il sito di SISMOS in formato PDF alla pagina Web http://sismos.ingv.it/index2.php?bframe=bulletins.php]

ING (1951) – Bollettino sismico mensile dell’Istituto Nazionale di Geofisica (ING). [è consultabile online presso il sito di SISMOS in formato PDF alla pagina Web http://sismos.ingv.it/index2.php?bframe=bulletins.php]

ISS (1950) – International Union of Geodesy and Geophysics (Editor), International Seismological Summary (I.S.C.) for 1950. Kew Observatory, Richmond.

ISS (1951) – International Union of Geodesy and Geophysics (Editor), International Seismological Summary (I.S.C.) for 1951. Kew Observatory, Richmond.

Monachesi G., Castelli V. (1992) – Sismicità dell’area aquilano-teramana dall’analisi “attraverso i cataloghi”. Regione Abruzzo – GNDT, Osservatorio Geofisico Sperimentale di Macerata, rapporto riservato.

Tertulliani A., Galadini F., Mastino F., Rossi A. e Vecchi M. (2006): Studio macrosismico del terremoto del Gran Sasso del 5 settembre 1950, Il Quaternario, 19(2), 195 – 214.

Tertulliani A., Castelli V., Rossi A., Vecchi M. (2014): Reappraising a wartime earthquake: the October 3, 1943 event in the southern Marches (central Italy), Annals of Geophysics, 57, 6, doi: 10.4401/ag-6645  

Vannoli P., Basili R., Valensise G. (2004) – New geomorphic evidence for anticlinal growth driven by blind-thrust faulting along the northern Marche coastal belt (central Italy). Journ. Seismology, 8, 297-313.    

 

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