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I terremoti del ‘900: il terremoto del 29 giugno 1919 nel Mugello

La mia mamma mi raccontava sempre che tre erano gli eventi che ricordava maggiormente nella sua vita, come se fossero avvenuti il giorno prima: la partenza del babbo, suo marito, per la guerra, il ritorno del babbo dalla guerra, e il terremoto del 1919. La mamma era cresciuta a Piazzano, piccola frazione di Vicchio nel Mugello; era ancora una bambina quando ci fu il terremoto e tra le macerie perse la sua migliore amica, la sua amichetta di giochi dell’infanzia.”

Questa toccante testimonianza viene da un amico di Firenze, Franco Alberti (74 anni), gliel’ho sempre sentita raccontare fin da quando ero ragazzino. Il terremoto è il cosiddetto “terremoto del Mugello”, di cui il 29 giugno di quest’anno ricorre il centenario. Si tratta di uno dei più importanti terremoti italiani del XX secolo, e anche uno dei più forti ad oggi conosciuti con epicentro nell’Appennino settentrionale. La zona colpita fu, appunto, quella del Mugello, regione storica nel cuore dell’Appennino tosco-emiliano a circa 25 km a nord di Firenze, alla cui provincia (oggi “città metropolitana di Firenze”) afferisce.

Fig1_CORSERA

Titolo e particolare dell’articolo pubblicato nel Corriere della Sera del 1 luglio 1919.

La sequenza iniziò nelle prime ore del 29 giugno con alcune piccole scosse avvertite nella notte; attorno alle 10:15 della mattina (ora locale) ci fu una forte scossa che causò alcuni danni a Borgo San Lorenzo (FI) e in alcune piccole frazioni vicine, e che allarmò notevolmente la popolazione, la quale si riversò all’aperto; seguirono altre scosse più leggere nelle ore successive. L’evento principale avvenne nel pomeriggio, alle 17:06 ed ebbe effetti distruttivi, causando molti crolli e danni gravissimi.

Epicentro del terremoto è stato Vicchio, che ha avuto parecchie case distrutte e dove sono molti i feriti e una quarantina i morti. […] Nei paesi limitrofi, quasi tutte piccole frazioni costituite da case basse dove fortunatamente l’agglomerazione di persone è scarsa, queste case sono state completamente rase al suolo. Ho visto io stesso abitati di cui non resta pietra su pietra.” [Corriere della Sera, 1 luglio 1919]

Con queste parole l’inviato del Corriere della Sera descrive gli effetti gravissimi della scossa nel territorio di Vicchio (FI), il comune più colpito. I piccoli abitati di cui “non resta pietra su pietra” erano le frazioni di Mirandola e Rupecanina, dove crollarono quasi tutti gli edifici e il terremoto raggiunse un’intensità pari al grado 10 della scala MCS (Mercalli-Cancani-Sieberg). Altri piccoli centri, come Casole, Rostolena, Villore, Vitigliano, e la stessa cittadina di Vicchio, subirono effetti gravissimi con la distruzione di circa la metà degli edifici (intensità pari a 9 MCS).

Fig2_Vicchio_Rupecanina_chiesa

Cartolina dell’epoca che ritrae la distruzione della chiesa di Rupecanina, piccola frazione di Vicchio (FI) [Archivio EDURISK].

Danni molto gravi e diffusi si ebbero anche nei vicini comuni di Borgo San Lorenzo e di Dicomano, sempre in provincia di Firenze. A Borgo San Lorenzo moltissime case subirono lesioni gravissime e divennero inagibili. Fu rilevato che in generale gli edifici all’esterno sembravano apparentemente poco danneggiati, mentre all’interno erano gravemente lesionati o completamente crollati. A seconda delle fonti, tra il 50% e il 75 % dell’edificato di Borgo San Lorenzo divenne inabitabile. Gli effetti nel capoluogo del Mugello sono stati stimati tra i gradi 8 e 9 della scala MCS.

 

Fig3_Casaglia

La devastazione causata dal terremoto nella frazione di Casaglia, nel comune di Borgo San Lorenzo (FI), in una cartolina d’epoca [Archivio EDURISK]. In questo villaggio sul crinale appenninico vi furono due vittime e numerosi feriti [Corriere della Sera, 01.07.1919].

Gravi danni interessarono anche decine di località situate sul versante romagnolo dell’Appennino, nell’area denominata all’epoca “Romagna Toscana”, che in parte rientrava nelle attuali provincie di Firenze e di Forlì. Qui l’impatto dell’evento fu notevolmente aggravato dal fatto che appena 7 mesi prima, il 10 novembre 1918, un forte terremoto aveva colpito il territorio dell’Appennino forlivese, con effetti distruttivi in diversi centri delle alte valli del Savio e del Bidente. La scossa del 29 giugno 1919 causò nuovi danni diffusi e crolli in centri come Santa Sofia, Bagno di Romagna, Galeata, Civitella di Romagna (FC), dove la ricostruzione era appena iniziata e il patrimonio edilizio risultava ancora indebolito, con una vulnerabilità peggiorata proprio a seguito del terremoto precedente.

Fu colpita anche la provincia di Arezzo, soprattutto il territorio del Casentino, dove ci furono danni diffusi a Pratovecchio, Poppi, Stia e a Bibbiena. Anche qui l’impatto fu aggravato dai danni preesistenti che erano stati causati dal terremoto del novembre 1918. Danni furono registrati infine nel Valdarno superiore, in particolare a Loro Ciuffenna, Terranova Bracciolini, San Giovanni Valdarno (tutti in provincia di Arezzo) e a Figline Valdarno (FI).

Fig4_mappaPQ

Distribuzione degli effetti del terremoto del 29 giugno 1919 secondo lo studio di Guidoboni et al. (2007) [fonte: DBMI15].

La scossa fu molto forte a Firenze, dove alcune case rimasero lesionate, cadde qualche comignolo e ci fu grande panico tra la popolazione, tanto che Padre Guido Alfani, direttore dello storico Osservatorio Ximeniano in un comunicato affermò che il periodo sismico mugellano è il più grave che abbia colpito Firenze dal 1895. Lo stesso Osservatorio fiorentino riportò lesioni e al suo interno caddero calcinacci e oggetti anche pesanti, e rimasero danneggiati alcuni preziosi strumenti. La popolazione di Firenze abbandonò case, bar e teatri, e si riversò all’aperto affollando le vie e le piazze della città. Ci furono anche alcuni feriti. Danni lievi anche nella città di Prato.

Il terremoto fu avvertito in una vasta area dell’Italia centro-settentrionale, da Roma al Veneto e dalle Marche a Genova.

Sulla base della distribuzione degli effetti macrosismici è stato stimato che la scossa principale del 29 giugno ebbe una magnitudo Mw 6.4, valore verosimilmente un po’ sovrastimato a causa dell’effetto di cumulo dei danni con quelli del precedente evento del novembre 1918 nella Alta Romagna. In ogni caso, pur con tutte le incertezze dell’epoca, anche il valore di magnitudo strumentale dà un valore prossimo a Mw 6.3. E’ pertanto verosimile che il terremoto del 1919 in Mugello sia stato un evento di energia analoga a quelli recenti del 6 aprile 2009 all’Aquila o del 24 agosto 2016 ad Amatrice.

Fig5_Vicchio_Mirandola

Quel che restava della frazione di Mirandola, nel comune di Vicchio (FI), in una cartolina d’epoca [Archivio EDURISK]. Il piccolo abitato fu praticamente raso al suolo dal terremoto, che vi uccise una decina di abitanti e ferì quasi tutti i rimanenti.

Le vittime complessivamente furono poco meno di un centinaio, di cui una settantina nel solo territorio di Vicchio. Un numero relativamente contenuto, se rapportato alla elevata intensità della scossa e alla gravità delle distruzioni. Contribuirono a limitare il numero di morti una serie di circostanze “fortunate”: in primo luogo le scosse avvenute nel corso della mattina (soprattutto quella forte delle 10:15) allarmarono enormemente la popolazione e la spinsero a riversarsi all’aperto dove rimase per molte ore, scampando all’evento principale delle 17:06, come scrive anche l’inviato del Corriere della Sera: “tutta la popolazione, avvenuta la prima scossa, si è riversata sulle piazze e questa circostanza ha fatto sì che le vittime non fossero tante come avrebbero potuto essere se alla scossa più forte la popolazione si fosse trovata nelle case.” (Corriere della Sera, 1 luglio 1919); in secondo luogo, anche il fatto che il terremoto colpì un’area prevalentemente rurale e avvenne in piena estate, in ore diurne, quando una buona parte della popolazione si trovava all’aperto e nei campi. Se la scossa fosse avvenuta in piena notte e non fosse stata preceduta da scosse minori, con tutta probabilità il numero di vittime sarebbe stato molto più elevato.

Fig6_baracche_Casaglia

In tutte le località più danneggiate furono costruiti insediamenti di baracche, nelle quali i senzatetto rimasero per diversi anni alloggiati. Qui una veduta dei “baraccamenti” a Casaglia in una cartolina d’epoca [Archivio EDURISK].

Gli effetti però furono gravissimi e, come si può vedere anche dalle immagini dell’epoca, furono dovuti in gran parte all’elevata vulnerabilità del patrimonio edilizio dell’area, caratterizzato (soprattutto nelle frazioni minori, nelle case coloniche e ville rurali) dall’utilizzo di materiali da costruzione inadeguati e da scarsissima manutenzione. Una caratteristica, questa, ricorrente nei terremoti italiani del periodo, inclusi quelli che nei tre anni precedenti avevano interessato le vicine aree del riminese (1916), dell’Alta Valtiberina (1917) e dell’Alta Romagna (1918).

Bisogna qui ricordare che quello tra gli anni 1916 e 1920 fu un periodo caratterizzato dal susseguirsi di una impressionante serie di forti terremoti nell’area appenninica settentrionale a cavallo tra Toscana, Emilia-Romagna, Marche e Umbria. Per alcuni di questi eventi, come si può vedere dalla figura seguente, le aree di danneggiamento si sovrapposero parzialmente, causando un grave cumulo di effetti che per alcune località comportarono estese e ripetute distruzioni.

Fig7_terremoti1916-1920

In mappa sono riportate, come da catalogo CPTI15 (Rovida et al., 2016), le aree interessate dalla serie di forti terremoti che colpirono l’Appennino settentrionale tra il 1916 e il 1920. Furono a più riprese colpite 5 regioni italiane: Emilia Romagna, Marche, Umbria, Toscana e Liguria.

Come spesso succede in caso di forte evento sismico, la scossa del giugno 1919 ebbe un notevole impatto anche sull’ambiente naturale: frane e scoscendimenti di massi danneggiarono e interruppero in più punti la linea ferroviaria Firenze-Marradi e le strade dei passi appenninici; fenditure nel suolo si aprirono nella zona di Casaglia e nel territorio di Vicchio. Anche il regime delle acque sotterranee fu coinvolto dal terremoto, con intorbidamenti e variazioni di portata in alcune acque sorgive, in particolar modo nel territorio montano di San Godenzo (FI).

Per una descrizione approfondita e dettagliata sia degli effetti del terremoto che delle risposte sociali e istituzionali al disastro sismico si rimanda allo studio di Guidoboni et al. (2018).

Dopo la forte scossa del 29 giugno sono documentate repliche anche forti per almeno un mese, fino al 30 luglio 1919.

Cenni di sismicità storica e pericolosità sismica dell’area

L’area del Mugello fa parte del sistema di bacini distensivi che caratterizzano il lato tirrenico dell’Appennino centro-settentrionale, a partire dalla Lunigiana fino all’Abruzzo. Ad un fronte, sul lato adriatico, caratterizzato da tettonica compressiva (come il terremoto dell’Emilia del 2012) corrisponde un lato in distensione in cui faglie normali determinano la formazione dei bacini intermontani.

La sismicità di queste aree ha avuto i suoi eventi massimi con il terremoto della Garfagnana del 1920 (Mw 6.5) nell’Appennino settentrionale e con il terremoto del Fucino del 1915 (Mw 7.1).

Oltre a questi terremoti massimi tutta la zona è caratterizzata da frequenti eventi di magnitudo media, tale che la pericolosità sismica risulta elevata.

La sismicità dell’area del Mugello ricade in questo contesto ed era ben nota alla tradizione sismologica italiana già prima del terremoto del 1919, tanto che all’inizio del secolo scorso Mario Baratta nel suo famoso I Terremoti d’Italia scriveva che (il Mugello) “costituisce un distretto [sismico, ndr] ben individuato” e che “le maggiori manifestazioni sismiche corocentriche sono … 1542, 1597, 1611, 1762, 1835, 1843 e 1864”. In anni più recenti Francesco Coccia, a lungo direttore dell’Osservatorio geofisico San Domenico di Prato, in Attività sismica in Toscana durante il cinquantennio 1930-1980 (1982) riporta: “il Mugello è sempre stato una zona di sicura attività sismica che, nel passato più o meno recente, ha raggiunto intensità notevoli, anche se non tra le più alte dell’area italiana. […] L’attività sismica mugellana si presenta, nella quasi totalità, sotto forma di periodi sismici, più o meno regolari e prolungati nel tempo”. In effetti la storia sismica mugellana è costellata di scosse più o meno forti che nel corso dei secoli hanno causato danni e a volte vere e proprie distruzioni.

Osservando le storie sismiche di Scarperia e Borgo San Lorenzo, due dei principali centri della zona, si osserva a partire dal 1900 una frequenza elevata di eventi che hanno interessato il territorio, in cui almeno 4 volte si è raggiunta e superata la soglia del danno. Prima del 1900 la storia sismica è più discontinua e si hanno informazioni solo per gli eventi maggiori.

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Fig8b_storia_sismica_BorgoSanLorenzo

Storie sismiche a confronto: Scarperia e Borgo San Lorenzo [fonte: DBMI15; Locati et al., 2016]

Prima del terremoto del 1919 il massimo sismico storico conosciuto nel Mugello era quello del 13 giugno 1542, che interessò con effetti distruttivi (fino al grado 9 MCS) i territori di Scarperia (FI) e di Barberino del Mugello (FI), cioè un’area immediatamente a ovest di quella maggiormente colpita nel 1919. Danni gravi e crolli si ebbero però in tutta la vallata, inclusi Borgo San Lorenzo e Vicchio, e danni minori si registrarono fino a Firenze. Sulla base della distribuzione dei suoi effetti macrosismici sul territorio è stato stimato che questa scossa raggiunse una magnitudo Mw 6.0.

Oltre ai due grandi eventi del 1542 e 1919 nel catalogo sismico storico (https://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15) è elencata almeno un’altra quindicina di terremoti sopra la soglia del danno con epicentro in area mugellana (incluso l’Alto Mugello, sul versante romagnolo dell’Appennino), alcuni dei quali hanno causato danni gravi e diffusi, sebbene su porzioni di territorio più piccole e circoscritte rispetto alle scosse del 1542 e del 1919. Da segnalare, per limitarsi a quelli con Mw ≥ 5.0, il terremoto del 3 agosto 1597 (Mw 5.3) che causò effetti fino al grado 7-8 MCS nel territorio attorno a Borgo San Lorenzo; 8 settembre 1611 (Mw 5.1) con effetti di 7-8 MCS a Scarperia; 15 aprile 1762 (Mw 5.1) di grado 7 MCS nella zona del crinale appenninico attorno a Casaglia; 25 ottobre 1843 (Mw 5.0) di 7 MCS a Barberino di Mugello; 11 dicembre 1864 (Mw 5.1), di 7 MCS a Barberino di Mugello, Scarperia, Firenzuola; 18 luglio 1929 (Mw 5.0) di 7 a Borgo San Lorenzo e 6-7 a Vicchio e Palazzuolo sul Senio; 11 febbraio 1939 (Mw 5.0), di 7 MCS a Casaglia e a Marradi.

Fig9_Mugello_seismicity_25km_1919

Terremoti localizzati in un raggio di 25 km dall’epicentro macrosismico del terremoto del 1919 [fonte: CPTI15; Rovida et al., 2016]

Negli ultimi 60 anni va sicuramente ricordato il lungo periodo sismico che raggiunse il suo massimo energetico il 29 ottobre 1960 (Mw 4.9), e che causò danni diffusi in tutta la vallata mugellana (7 MCS a Barberino di Mugello, Luco, Grezzano e Scarperia, 6-7 MCS a Borgo San Lorenzo, Vicchio e altre località). Coccia lo descrive così:

Dalle notizie di stampa molte abitazioni risultarono lesionate o rese inabitabili: a Barberino di M. su 250 case ispezionate, 45 risultarono inabitabili; a Scarperia il 95% subirono danni anche di notevole entità. […] Notti insonni e all’aperto; esodo delle popolazioni; scuole chiuse; poderi disertati.” (Coccia, 1982)

In anni più recenti il Mugello è stato sede di scosse rilevanti nel marzo 2008 (Mw 4.7) e nel settembre 2009 (Mw 4.4), eventi che hanno causato anche qualche leggero danno.

Secondo il modello di pericolosità di riferimento per l’Italia, il Mugello ha valori di accelerazione superiori a 0.2g che hanno una probabilità del 10% in 50 anni di essere raggiunti e superati.

Fig10_pericolosità

Mappa che illustra gli epicentri dei terremoti storici (da catalogo CPTI15, Rovida et al., 2016) e la pericolosità sismica dell’area del Mugello e delle zone ad essa limitrofe (da http://zonesismiche.mi.ingv.it/)

Il Mugello odierno è ben diverso da come si presentava nel 1919: oggi tutta l’area risulta molto più abitata, gli ultimi decenni hanno visto una notevole espansione delle zone residenziali sia nei centri urbani che nelle aree rurali; inoltre nella vallata sono sorti ospedali, industrie, hotel, agriturismi e bed&breakfast. Il patrimonio edilizio del Mugello, sia recente che meno recente, ha una vulnerabilità sismica indubbiamente inferiore a quello colpito dal terremoto del 1919 (che come abbiamo visto era molto scadente). Tuttavia con l’aumento del “valore esposto” (cioè il valore in termini sia economici che sociali di tutto ciò che sorge o vive in una determinata zona) il rischio sismico dell’area resta comunque piuttosto elevato, e oggi un evento come quello del giugno 1919 avrebbe un impatto certamente importante.

Proprio per “fare memoria”, ricordare le lezioni del passato e fare prevenzione, sono state organizzate, a partire già dal febbraio scorso e in occasione del centenario del terremoto, una serie di iniziative (mostre, esercitazioni, convegni scientifici, incontri nelle scuole ecc.) da parte della Città Metropolitana di Firenze (la ex-provincia) e di altre istituzioni e ordini professionali. Le iniziative sono elencate nel sito dedicato: http://mugello1919.cittametropolitana.fi.it/index.html.

Nell’ambito di queste iniziative sabato 29 giugno 2019 presso Villa Pecori Giraldi a Borgo San Lorenzo (FI) viene organizzato un “Open Day Io Non Rischio”, una giornata speciale con una piazza straordinaria della campagna nazionale Io Non Rischio (http://iononrischio.protezionecivile.it/) di cui l’INGV è partner fondatore fin dal 2011. Nella stessa location di Villa Pecori Giraldi sabato 29 giugno viene inaugurata anche una mostra di “strumentazione storica per la rilevazione sismica” a cura dell’INGV e della Fondazione dell’Osservatorio Ximeniano di Firenze. Sarà anche presente l’installazione della Sala Sismica dell’INGV dove si potranno vedere e localizzare i terremoti in tempo reale.

Altre iniziative ancora (mostre, presentazioni di libri, commemorazioni) sono previste in ambito locale.

A queste iniziative si aggiunge anche una nuova tappa del progetto EDURISKCento anni dopo: Appennino Settentrionale. L’Italia [sismica] dei 100 anni” avviato nel 2016, in collaborazione con il Dipartimento della Protezione Civile, un progetto che collega le ricorrenze centenarie dei terremoti che fra il 1916 e il 1920, dal Riminese alla Garfagnana, hanno attraversato l’Appennino settentrionale, in una serie di percorsi di ricostruzione della memoria, di conoscenza del territorio e di attivazione delle comunità locali per promuovere sensibilizzazione e scelte di riduzione del rischio. A partire dall’ottobre prossimo negli istituti comprensivi di Borgo San Lorenzo, Barberino di Mugello, Dicomano, Scarperia-San Piero a Sieve e Vicchio sarà avviato un percorso di lavoro che coinvolgerà insegnanti e una selezione di classi della scuola primaria e secondaria di I° grado nel recupero e rielaborazione di memorie, che saranno poi condivise con quanto già elaborato in area riminese e pesarese e nell’Appennino forlivese.

 a cura di Filippo Bernardini e Romano Camassi, INGV-Bologna.


 Bibliografia

Baratta M. (1901). I terremoti d’Italia; saggio di storia geografia e bibliografia sismica italiana. Torino.

Cavasino A. (1935). I terremoti d’Italia nel trentacinquennio 1899-1933. Mem. R. Uff. Centr. Meteor. e Geof., Appendice, s.3, v.4.

Coccia F. (1982). Attività sismica in Toscana durante il cinquantennio 1930-1980. Prato.

Guidoboni E., Ferrari G., Mariotti D., Comastri A., Tarabusi G., Sgattoni G., Valensise G. (2018). CFTI5Med, Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (461 a.C.-1997) e nell’area Mediterranea (760 a.C.-1500). Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). doi: https://doi.org/10.6092/ingv.it-cfti5

Guidoboni E., Valensise G. (2011). Il peso economico e sociale dei disastri sismici negli ultimi 150 anni, Bologna, Ingv-Bononia University Press, 550 pp.

Locati M., Camassi R., Rovida A., Ercolani E., Bernardini F., Castelli V., Caracciolo C.H., Tertulliani A., Rossi A., Azzaro R., D’Amico S., Conte S., Rocchetti E. (2016). DBMI15, the 2015 version of the Italian Macroseismic Database. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. doi:http://doi.org/10.6092/INGV.IT-DBMI15

Rovida A., Locati M., Camassi R., Lolli B., Gasperini P. (eds) (2016). CPTI15, the 2015 version of the Parametric Catalogue of Italian Earthquakes. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. doi:http://doi.org/10.6092/INGV.IT-CPTI15


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Una story map sul terremoto in Irpinia e Basilicata del 23 novembre 1980

La sera del 23 novembre 1980 alle ore 19:34 la terra tremò in larga parte del sud Italia. La scossa principale fu di magnitudo M 6.9 con epicentro tra le province di Avellino, Salerno e Potenza. Colpì una vasta area dell’Appennino meridionale con effetti devastanti soprattutto in Irpinia e nelle zone adiacenti delle province di Salerno e Potenza. Un approfondimento su questo evento è disponibile in un articolo del BLOG.

In occasione dei 38 anni dall’accadimento viene presentata una story map che racconta Il tragico impatto di questo terremoto in alcuni dei suoi aspetti principali attraverso mappe interattive, narrazione, testimonianze, immagini e video.

La story map propone una ricostruzione della sequenza sismica e dello stato del monitoraggio sismico nel 1980 anche attraverso l’ausilio di alcune mappe interattive.  I testi, le immagini e i video raccontano invece i giorni dell’emergenza, l’impatto sulle località colpite, la ricostruzione e gli aspetti socio-economici di questa tragedia che ha interessato oltre 600 comuni dell’Italia meridionale. Sono 7 le aree tematiche in cui è suddivisa:

  • Area epicentrale e sequenza sismica
  • Rete sismica nel 1980
  • Distribuzione degli effetti
  • Impatto nelle località colpite
  • Numeri del terremoto
  • Impatto socio-economico
  • Interventi, gestione dell’emergenza e ricostruzione

La descrizione dell’impatto del terremoto del 23 novembre 1980 in alcune delle località più colpite anche attraverso foto d’epoca.

Il modello utilizzato per la realizzazione della story map è lo “Story Map Cascade℠” (https://storymaps.arcgis.com/en/app-list/cascade/) che consente di combinare testo narrativo con mappe, immagini e contenuti multimediali in un’esperienza di scorrimento a schermo intero molto coinvolgente.  In una story map di tipo “Cascade” le sezioni contenenti testo e media in linea possono essere intervallate da sezioni “immersive” che riempiono lo schermo con mappe, immagini e video, ideale per creare storie avvincenti e approfondite, facilmente consultabili dagli utenti.

Tra i contenuti più interessanti della story map c’è la mappa interattiva della Rete Sismica operativa nel 1980. Già dal 1954 l’Istituto Nazionale di Geofisica controllava circa 23 punti di osservazione divisi tra Osservatori base e Stazioni. Gli Osservatori erano delle strutture che collaboravano con l’ING e oltre ad avere la funzione di registrare ed elaborare gli eventi sismici, erano adibiti anche alla ricerca, mentre le stazioni si limitavano alla registrazione degli eventi ed erano generalmente locali messi a disposizione dalle Università e da Enti pubblici o privati.

La mappa interattiva dei punti di osservazione nel 1980 suddivisi in Osservatori (blu), Università (verde), Stazioni ING (arancio). Nella mappa è rappresentata anche la sismicità 1980-1981 nell’area epicentrale del terremoto del 23 novembre 1980.

Per il terremoto del 23 novembre 1980 non si riuscirono a fornire notizie precise e tempestive riguardanti l’esatta localizzazione dell’evento per mancanza di dati disponibili in tempo reale, dal momento che non esisteva un unico centro di raccolta e di elaborazione dati.

ll sismogramma del terremoto delle 19:34 del 23 novembre 1980 registrato alla stazione sismica ING di Duronia in provincia di Campobasso.

Un’altra importante testimonianza presente nella parte finale della story map è l’appello del Presidente della Repubblica Sandro Pertini sul ritardo dei soccorsi e sul perdurare dell’emergenza contenuto in un video di un servizio della RAI sui giorni successivi al terremoto.

Per la realizzazione della story map sono state utilizzate le seguenti fonti:
  • i dati sulla sequenza sismica del 1980 in Irpinia e Basilicata tratti dalla Scheda SPECIALE CAMPANIA dell’INGV;
  • I testi e i dati di impatto sono estratti dal volume: IL PESO ECONOMICO E SOCIALE DEI DISASTRI SISMICI IN ITALIA NEGLI ULTIMI 150 ANNI 1861-2011 di Emanuela Guidoboni e Gianluca Valensise;  
  • I dati macrosismici provengono dal Database macrosismico italiano 2015 (DBMI15 – https://emidius.mi.ingv.it/DBMI/ ).

La story map è stata inserita nella galleria StoryMaps & Terremoti ed è disponibile al seguente LINK.

A cura di Maurizio Pignone e Anna Nardi (INGV – Osservatorio Nazionale Terremoti)


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I terremoti del ‘900: 10 novembre 1918, cento anni dopo

“Il mio babbo mi ha raccontato che c’è stato un grosso terremoto qui a Santa Sofia nel 1918, il 10 novembre. Lui era al militare e gli hanno dato una settimana di congedo senza dirgli il motivo: quando è arrivato a Santa Sofia lo ha scoperto: il suo babbo era morto sotto le macerie della sua casa che era venuta giù. La mia nonna si è salvata perché era andata a prendere l’acqua alla fontana. Quel terremoto ha fatto crollare la chiesa mentre dicevano la messa, quindi tante persone sono morte lì e anche alcune bambine. In tutto quel terremoto ha fatto 26 morti”. [Maria Alba, 87 anni, intervistata da Nicolò e Veronica, Istituto Comprensivo di Civitella di Romagna]

L’improvviso ritorno a casa, anticipato rispetto alla smobilitazione seguita alla fine della guerra, di un militare di Santa Sofia – nella testimonianza raccolta da Nicolò – racconta da una parte una straziante vicenda personale, dall’altra tratteggia in parole essenziali la drammaticità di un evento che ha segnato profondamente questi territori, e che ancora è molto presente nella memoria locale.

Rappresentazione del terremoto di Santa Sofia del 1918 [Scuola primaria di Civitella, classe V].

Tempi difficili

Il terremoto del 10 novembre 1918 si verifica in un momento storico e in un contesto sociale ed economico comprensibilmente molto complesso. Già nel 1916, in tempo di guerra, territori non tanto lontani avevano dovuto affrontare una lunga sequenza sismica: il 17 maggio e il 16 agosto 1916 due forti terremoti, avvertiti sensibilmente anche nella Valle del Bidente, avevano colpito il Riminese. L’8 gennaio 1917 una forte scossa aveva prodotto qualche lesione e il crollo di alcuni camini a Civitella di RomagnaIl 26 aprile dello stesso anno 1917 un forte terremoto aveva colpito l’Alta Valtiberina, provocando vittime e danni, terremoto che fu molto forte anche nell’Alta Valle del Savio (qualche danno, leggero, a Bagno di Romagna). Ma fu all’inizio del mese di dicembre 1917 che il terremoto divenne un problema serio anche per gli abitanti dell’Alta Valle del Bidente.

“La prima scossa di terremoto, molto leggera, non fu avvertita che da pochi… La seconda, fortissima, terribile, parve dovesse abbattere tutte le case e fu accompagnata da un lungo boato sinistro […] La gente si rovesciò per le vie, nell’oscura notte di dicembre […] Ma col sole, tornò la calma. Tutti rientrarono nelle case e videro… C’erano sì, lunghi crepi nei muri… c’erano sì oggetti, vetri infranti. Ma le case potevano ancora riparare dalle intemperie” [Cangini, 2002].

La prima notizia sul terremoto del 2 dicembre 1917 [Il Resto del Carlino, 4 dicembre 1917, p. 2].

Una successiva corrispondenza, pubblicata dal Resto del Carlino del 5 dicembre,  descrive in sintesi gli effetti prodotti da questo terremoto:

La zona tra Santa Sofia e Mortano è senza dubbio il paese della Romagna più danneggiato dal terremoto che cominciò ieri alle ore 18 e che ha continuato in diverse riprese. Alcune case, il castello, quattro case coloniche nel comune di Santa Sofia ed altre nel comune di Mortano sono già state dichiarate inabitabili dall’autorità comunale. L’ospedale degli infetti e moltissime altre case sono gravemente lesionate. Si hanno a lamentare alcuni feriti nelle campagne. La popolazione è accampata all’aperto”.

In una corrispondenza successiva si riportano alcune interessanti considerazioni del direttore dell’Osservatorio Ximeniano di Firenze, lo scolopio padre Guido Alfani, incontrato dal Sindaco di Santa Sofia Torquato Nanni:

Nessun valore, egli dice, sulle cause vulcaniche, come molti credono, hanno le acque termali di Bagno di Romagna e di Castrocaro e la fontana ardente presso Portico. I terremoti dell’Alta Romagna non sono di origine vulcanica, ma terremoti di assestamento che si ripetono a lunghi periodi. Il primo e più sicuro rimedio contro i terremoti è la stabilità degli edifici, stabilità che è indispensabile nella regione tosco-romagnola che è una zona storicamente battuta dal terremoto” [Il Resto del Carlino, 15 gennaio 1918).

Ma in poco tempo il terremoto finì di nuovo sullo sfondo di anni e mesi sempre più difficili, segnati, nell’autunno del 1918, dall’avanzare della febbre spagnola.

10 novembre 1918: la scossa principale

Uno spiraglio di luce parve manifestarsi il 4 novembre, con la firma dell’armistizio con l’Austria che segnava, di fatto, la fine della guerra. Quelli successivi  furono giorni di fermento, in attesa della firma dell’armistizio con la Germania, formalizzato la mattina del 10 novembre.

L’annuncio della firma dell’armistizio con la Germania e della fine della guerra nella prima pagina del Corriere della Sera del 12 novembre 1918.

Fermento che è ben descritto dal diario di Biancamargherita Cangini:

A Santa Sofia – la gente riunita a gruppi in piazza, discuteva animatamente di guerra, di pace, di feste […] Poi un sussulto violento, breve, e prima che ognuno capisse ciò che avveniva, il rombo ricominciò: la terra fu agitata da convulsioni spasmodiche, gli edifici oscillarono con violenza, lungamente, si abbatterono al suolo, fra un turbinare di polvere, con schianto di muri”.

La scossa, violentissima, venne registrata dal tromometrografo Alfani dell’Osservatorio Poggi di Imola alle 16.11.35 ora locale. Le primissime telegrafiche notizie, raccolte la sera stessa dal Resto del Carlino, riferiscono di una forte scossa avvertita da tutta la popolazione a Firenze e Imola, che produce spavento nella popolazione a Faenza, Meldola, Riolo e Galeata, ma senza danno. Ma già il giorno successivo arrivano le prime notizie che riferiscono di danni gravi a Santa Sofia e nel circondario di Rocca San Casciano. L’effetto più grave subito riferito dai giornali è quello del crollo della volta della chiesa di Santa Sofia:

A S. Sofia – che sembra il punto più colpito – è crollata la volta della chiesa parrocchiale e molte case sono diroccate o lesionate. Vi sono quattordici morti, rimasti sotto le macerie, e parecchi feriti dei quali alcuni gravi” [Il Resto del Carlino, 12 novembre 1918].

Un lungo resoconto, trasmesso nella serata del 13 novembre, viene pubblicato dallo stesso giornale:

Torno ora da Bagno e da Sampiero. Anche qui come a S. Sofia e a Mortano le case sono quasi tutte inabitabili; apparentemente sembrano intatte, ma all’interno è una vera ruina. Pure il palazzo comunale di Bagno è lesionatissimo. I negozi sono chiusi. Così i caffè e perfino le farmacie, che hanno sofferto un danno rilevante per la devastazione di vetrine e guasti ai medicinali. Le chiese non possono per ora aprirsi al culto. Parte della popolazione è partita, l’altra è attendata. La desolazione nei paesi visitati è indescrivibile. Anche nella campagna attorno si hanno danni rilevanti e si sono constatate cinque vittime. Numerosissime case, che hanno resistito a tutte le violente manifestazioni della natura per secoli, sono in rovina. Piani interi sono caduti, e i muri screpolati con fenditure larghissime di modo che nessuno più si arrischia di ritornarvi dentro. Sampiero trovasi in condizioni peggiori di Bagno. Nelle campagne, come ho detto, le case hanno subito devastazioni e danni gravissimi […] I feriti di Santa Sofia, che furono numerosi, sono stati trasportati in automobile a Forlì, insieme ai malati dell’ospedale. Sono ritornato a Mortano, il paesello, che quantunque congiunto a S. Sofia, fa parte di Forlì. In paese non più una casa che non minacci. Anche le salde costruzioni dei signori Bianchini, Quercioli, Fontana, Benevicesti e Chiaramonti sono ridotte in uno stato da non potersi arrischiare ad abitarne un angolo. Le maestre Cangini e Veneziani fortunatamente illese, sono rimaste prive di ogni loro avere, di tutto il mobilio, frutto di tanti anni di lavoro. Gli abitanti hanno trasportato la loro temporanea dimora sulla piana pubblica, ove sono attendati e accudiscono con rassegnazione alle faccende di famiglia. Il quadro, sotto un bel sole iridescente, è impressionante e doloroso […] S’invocano soccorsi immediati. Conviene provvedere ad attendare i poveri contadini, di cui tante case sono atterrate”. [Il Resto del Carlino, 14 novembre 1918].

Oltre che a Santa Sofia, Mortano e San Piero in Bagno, i danni furono gravi in numerosi piccoli insediamenti dei dintorni. Danni si ebbero anche in diverse località tra la Romagna e la Toscana, a Modigliana, Bagno di Romagna, Galeata, Civitella, Predappio e Verghereto e, più leggeri, fino a Cesena e Faenza. L’evento fu avvertito sensibilmente in tutta la Romagna, nell’aretino e nel pesarese.

Distribuzione degli effetti del terremoto del 10 novembre 1918 secondo lo studio di Guidoboni et al. (2007) [fonte: DBMI15 (http://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/)].

I soccorsi furono tempestivi: come racconta il diario della maestra Cangini, già a mezzanotte arrivò una squadra di pompieri da Rocca San Casciano e la mattina successiva arrivarono un reparto del Genio, soldati di un reggimento di fanteria e un reparto di pompieri di Ravenna.

Le cause dei danni

Come già riscontrato per i terremoti riminesi del 1916 e quello dell’Alta Valtiberina del 1917, gli effetti di danno furono dovuti in gran parte all’elevata vulnerabilità del patrimonio edilizio dell’area, caratterizzato dall’utilizzo di materiali da costruzione inadeguati e scarsissima manutenzione.  Queste condizioni sono rappresentate in modo molto netto da una lunga e dettagliatissima corrispondenza firmata da un ‘tecnico”, che si firma R. Marinelli, pubblicata dal Resto del Carlino del 16 novembre.

Titolo dell’articolo sulle “vere cause delle disgrazie” [Il Resto del Carlino, 16 novembre 1918, p. 2].

Il terremoto in Romagna e le vere cause della disgrazia  […] Nella borgata ad eccezione della parte vecchia, costituita da una specie di corridoio angusto e tetro che è tutta diroccata e mal sicura per il suo stato miserevole in cui è ridotta, la parte moderna invece, che dà a S. Sofia una nota di gaiezza per le vie spaziose e per la buona manutenzione esterna delle case fra le quali talune di recente costruzione, reca a prima vista, l’illusione che il terremoto non sia stato così forte come fu segnalato in quanto all’esterno non appaiono che lesioni dove più e dove meno profonde.

Due vedute di Santa Sofia dopo il terremoto – Collezione Greggi Luciano.

Entrando però in alcune di esse lo spettacolo dei danni si appalesa subito terrorizzante e, a tal segno, da poter affermare senz’altro l’inabitabilità di tutte indistintamente […]”.

La corrispondenza prosegue poi con un’approfondita serie di considerazioni desunte dall’esame delle macerie:

dato dunque questo stato di cose, e cioè: a) la struttura muraria di quasi tutti i fabbricati, costituita con sasso di fiume messo in opera senza alcuna preparazione e probabilmente allestita con polvere di strada; b) le travi, travetti, etc. che sono allocate senza regola nei riguardi del collegamento e dell’appoggio forse non furono mai sottoposti a visita di stabilità; c) l’assenza quasi totale delle catene per il collegamento dei muri esterni con gli altri elementi della fabbrica; non poteva non avverarsi il disastro […]

sulla base delle quali conclude:

Veduta di Santa Sofia dopo il terremoto – Collezione Greggi Luciano.

da quanto è suesposto, chiaro emerge che i gravi danni verificatisi nella zona colpita dal terremoto vanno attribuiti in gran parte alle pessime condizioni statiche in cui si trovano quasi tutti i fabbricati” [R. Marinelli, Il Resto del Carlino, 1918.11.16].

A peggiorare le cose, poco più di un mese dopo il terremoto una piena del Bidente produsse nuovi danni in alcuni centri della vallata (in particolare a Civitella).

La mia nonna aveva 7 anni nel 1918 e ovviamente ha avuto molta paura. Ma erano persone di altri tempi, con caratteri forti, abituati a reagire nelle difficoltà” [Stefano, 42 anni, intervistato da Pietro, classe IV, Scuola Primaria di Santa Sofia].

Il percorso di riparazione e ricostruzione degli edifici danneggiati dal terremoto fu lungo e travagliato, anche perché quando ancora tale percorso non era iniziato, il forte terremoto del Mugello del 29 giugno 1919 (Mw 6.4) colpì anche tutto il versante romagnolo, danneggiando ulteriormente edifici già danneggiati o indeboliti, in particolare, nella Valle del Bidente, a Civitella e Cusercoli.

Costruzione di un villaggio di casette ‘asismiche’ – Collezione Greggi Luciano.

La storia sismica

Come accennava Guido Alfani, l’Appennino forlivese ha una storia sismica lunga e articolata:

la regione tosco-romagnola che è una zona storicamente battuta dal terremoto”.

Terremoti localizzati in un raggio di 12 km da Santa Sofia [fonte: Rovida et al., 2016].

Una semplice estrazione dal più recente catalogo parametrico dei terremoti italiani mostra diversi terremoti di energia stimata prossima a Mw 6, che dalla seconda metà del ‘500 risultano localizzati nell’area. I precedenti più importanti sono il terremoto del 10 settembre 1584 (Mw 6.0), localizzato in prossimità di San Piero in Bagno, quello del 22 marzo 1661 (Mw 6.1), localizzato fra Civitella di Romagna e Rocca San Casciano, e quello del 19 ottobre 1768 (Mw 6.0), localizzato a Santa Sofia. Ma anche per i secoli precedenti sono presenti tracce di alcuni terremoti importanti che hanno interessato l’area: di uno, non ben localizzato e databile fra il 1190 e il 1194, è visibile una traccia in una bella epigrafe collocata sulla facciata della chiesa di S. Piero in Bosco di Galeata. Un altro terremoto, avvenuto il 30 aprile 1279 (Mw 5.5), quasi contemporaneamente a un terremoto distruttivo nell’Appennino umbro-marchigiano, è attualmente localizzato, con molte incertezze, in prossimità di Dovadola. Di un ulteriore terremoto, relativamente minore, avvenuto il 15 giugno 1393 (Mw 5.1), si hanno tracce di danneggiamento moderato a Galeata.

Fare memoria

Proprio per le caratteristiche di pericolosità sismica di questo territorio, da molti anni sono state attivate iniziative di sensibilizzazione della popolazione e di educazione al rischio nelle scuole. Non a caso la prima sperimentazione del progetto EDURISK è stata realizzata a partire dal 2003 proprio nelle scuole dell’Alta Valle del Bidente.  Per questa stessa ragione, in occasione del centenario del terremoto del 10 novembre 1918, il Comune di Santa Sofia ha promosso una serie di iniziative  per ricordare questo eventi, fra le quali – sabato 10 novembre alle 16:12 – una cerimonia in piazza Montini per ricordare l’anniversario, l’allestimento di un punto informativo della campagna nazionale Io Non Rischio e l’inaugurazione, alle 17:30, della mostra “Santa Sofia 1918, dalle rovine alla rinascita” presso la Galleria d’arte contemporanea “Vero Stoppioni”.

All’interno di queste iniziative si inserisce anche una nuova tappa del progetto “Cento anni dopo: Appennino Settentrionale. L’Italia [sismica] dei 100 anni”  avviato nel 2016, in collaborazione con il Dipartimento della Protezione Civile, un progetto che collega le ricorrenze centenarie dei terremoti che fra il 1916 e il 1920, dal Riminese alla Garfagnana, hanno attraversato l’Appennino settentrionale, in una serie di percorsi di ricostruzione della memoria, di conoscenza del territorio e di attivazione delle comunità locali per promuovere sensibilizzazione e scelte di riduzione del rischio.

Il lavoro avviato nel settembre scorso con gli istituti Comprensivi di Santa Sofia e di Civitella di Romagna va esattamente in questa direzione: circa 300 bambine e bambini hanno lavorato sull’immaginare cosa può essere stata l’esperienza di quel terremoto di cento anni fa per le persone che abitavano questi territori, poi hanno interrogato le proprie famiglie – i genitori, i nonni, i parenti, gli amici – per raccogliere testimonianze e ricordi di terremoti o di altri eventi con cui hanno avuto a che fare in passato.  Le quasi 200 interviste raccolte (mettendo in subbuglio, immaginiamo, queste tranquille comunità dell’Appennino forlivese) raccontano: alcune memorie di terza o quarta generazione sul terremoto di cento anni fa; molti ricordi diretti, riferiti dai nonni, sulla lunga sequenza sismica che interessa questi territori fra il 1952 e il 1957; ricordi diretti, molto vivi, sul terremoto del gennaio 2013 o di piccole sequenze molto recenti, oltre ad alcuni racconti di esperienze drammatiche di chi è venuto da paesi lontani.

Il paese ricostruito [Scuola primaria di Civitella, classe V].

Tutto questo sarà raccontato e illustrato, a partire da sabato 10 novembre, da un originale allestimento, in parte incluso all’interno della mostra ospitata presso la Galleria d’arte contemporanea, in parte ‘diffuso’ nelle vetrine di negozi e spazi pubblici di Santa Sofia, e fra alcune settimane nei tanti spazi che accoglieranno queste particolarissime ‘testimonianze’ a Santa Sofia, Galeata, Civitella e Cusercoli.

In questo modo bambine e bambini, ragazze e ragazzi di queste comunità solleciteranno gli adulti a ricordare e fare in modo che il ricordo diventi una motivazione ad agire, per lavorare fin da ora alla riduzione del rischio, perché – come ricorda padre Alfani – “il primo e più sicuro rimedio contro i terremoti è la stabilità degli edifici”.

a cura di R. Camassi, INGV-Bologna.


Bibliografia

Cangini B., 2002. Ricordi e speranze, Libreria Carta&Matita, Santa Sofia.

Guidoboni E., Ferrari G., Mariotti D., Comastri A., Tarabusi G., Valensise G., 2007. CFTI4Med, catalogue of strong earthquakes in Italy (461 B.C.-1997) and Mediterranean area (760 B.C.-1500). INGV-
SGA, http://storing.ingv.it/cfti4med/ (http://storing.ingv.it/cfti4med/)

Guidoboni E., Valensise G., 2011. Il peso economico e sociale dei disastri sismici negli ultimi 150 anni, Bologna, Ingv-Bononia University Press, 550 pp.

Locati M., Camassi R., Rovida A., Ercolani E., Bernardini F., Castelli V., Caracciolo C.H., Tertulliani A., Rossi A., Azzaro R., D’Amico S., Conte S., Rocchetti E., 2016. DBMI15, the 2015 version of the Italian Macroseismic Database. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. doi:http://doi.org/10.6092/INGV.IT-DBMI15 (http://doi.org/10.6092/INGV.IT-DBMI15)

Rovida A., Locati M., Camassi R., Lolli B., Gasperini P. (eds), 2016. CPTI15, the 2015 version of the Parametric Catalogue of Italian Earthquakes. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. doi:http://doi.org/10.6092/INGV.IT-CPTI15 (http://doi.org/10.6092/INGV.IT-CPTI15)


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I terremoti del ‘900: Il terremoto del 15 gennaio 1968 nella Valle del Belice (Parte 2)

Nel gennaio di quest’anno si è ricordato il cinquantesimo anniversario del catastrofico terremoto che ha devastato il Belice nel 1968 (magnitudo Mw 6.5 – Intensità epicentrale X scala MCS). Per approfondire gli aspetti di questa sequenza sismica è stato pubblicato un articolo su questo blog il 29 marzo scorso e questa è la seconda parte. Questi articoli sono tratti dal volume “Il peso economico e sociale dei disastri sismici in Italia negli ultimi 150 anni”, di Emanuela Guidoboni, storica dei terremoti e dell’ambiente e fondatrice del Centro EEDIS (Eventi Estremi e Disastri) e Gianluca Valensise, geologo e sismologo dell’INGV. Il volume è stato edito da Bononia University Press (ISBN: 978-88-7395-683-9) e pubblicato nel 2011, in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. I dati su cui è basato il volume sono tratti dal Catalogo dei Forti Terremoti in Italia [1].

Dai soccorsi alla ricostruzione

Nei giorni immediatamente successivi al terremoto tutti gli organi di stampa posero unanimemente l’accento sulla mancanza di qualsiasi piano d’intervento. Alcuni opinionisti evidenziarono le ricorrenti sovrapposizioni di competenze e i conflitti, o le competizioni incomprensibili tra le autorità civili e quelle militari, o tra esponenti del governo regionale e funzionari del governo nazionale, nell’organizzare l’opera di soccorso. Le disfunzioni ebbero conseguenze gravi: quantità enormi di generi alimentari ed attrezzature di soccorso furono concentrate dove non vi erano particolari bisogni, mentre dalle località più colpite si levavano drammatiche richieste di invio di soccorsi e materiali. Le disfunzioni e i ritardi ebbero tuttavia il merito di offrire lo spunto per avviare sulla stampa nazionale un vasto dibattito sulla legge di riordino del settore della protezione civile, la cui discussione era bloccata in Parlamento per contrasti fra diversi gruppi politici.

A dieci giorni dalla violenta scossa del 15 gennaio erano state impiantate 11 tendopoli, che accoglievano più di 16.000 persone: circa 9.500 in provincia di Trapani, 4.000 nella provincia di Agrigento e 2.600 in quella di Palermo. Gli sfollati ricoverati nei centri di raccolta (scuole, alberghi, edifici pubblici e case private) erano, alla stessa data, 10.650 in provincia di Trapani e 3.050 in quella di Palermo, per un totale di quasi 14.000 persone. Molti posti letto in edifici in muratura, messi a disposizione delle autorità, non potevano essere utilizzati perché mancavano i materassi.

Testimonianze di alcuni abitanti di Santa Ninfa, riportate dalla stampa nazionale, e in particolare le dichiarazioni rilasciate da don Antonio Riboldi, all’epoca parroco del paese e in seguito coraggioso accusatore di interessi illegali sulla ricostruzione, resero pubblico il fatto che i primi soccorsi erano giunti da militari statunitensi nel pomeriggio del lunedì 15 gennaio. Solo dopo cinque giorni dalla scossa principale, ossia il 20 gennaio, erano giunti i primi soccorsi organizzati, portati dalla Marina Militare italiana, che aveva ricevuto disposizioni in tal senso solo il giorno precedente.

La situazione di disorganizzazione causò proteste sia in Sicilia sia a Roma, e vari episodi di intolleranza. A Palermo le scosse del 15 e del 25 gennaio resero drammatico il problema delle abitazioni per gli sfollati dai fatiscenti quartieri del centro storico, che avevano largamente risentito degli effetti sismici.

Le comunicazioni ufficiali del governo (terzo mandato di Aldo Moro) durante la seduta parlamentare del 22 gennaio 1968 attribuirono le difficoltà incontrate nel portare soccorsi alle popolazioni ad avversità climatiche, all’interruzione delle strade o alla loro mancanza, e all’atteggiamento non collaborativo delle popolazioni. Da più parti fu denunciato l’uso strumentale del terremoto sia da parte delle forze politiche di opposizione, sia da parte di quelle di governo. Lo scontro politico ebbe conseguenze negative sull’opera complessiva di soccorso e di ricostruzione. In realtà la quantità di aiuti e di concessioni elargite dallo Stato era stata notevole, ma era mancato quasi completamente una piano per una loro razionale ed efficace ripartizione. A tutto ciò si aggiunse una strisciante polemica sulla reale entità dei danni causati dal terremoto tra i rappresentanti del governo regionale siciliano e quelli del governo nazionale.

Santa Ninfa: i resti della chiesa Madre.

Verso la fine di gennaio 1968 i medici presenti nella zona terremotata dichiararono a più riprese sulla stampa nazionale che le tendopoli dovevano essere al più presto smontate, per evitare che le precarie condizioni igieniche, unite all’inclemenza della stagione invernale, causassero l’insorgere di epidemie e la morte degli individui più deboli. Se ai dati relativi alla popolazione nelle tendopoli e nei centri di raccolta si aggiunge il numero di coloro che se ne erano andati – circa 10.000 persone – si ha un totale di circa 40.000 individui che avevano perso la residenza, su di un totale di 80.000 residenti nelle aree maggiormente danneggiate.

A Vita, il giorno immediatamente successivo alla scossa principale, gli abitanti si erano accampati in luoghi aperti, costruendo da soli capanne di frasche e di canne con tetti di paglia. Il 22 gennaio si era diffusa la notizia che il Provveditorato regionale alle Opere Pubbliche della Sicilia, su disposizione del Ministro dei Lavori Pubblici, aveva ordinato 5.235 baracche, la cui fornitura era prevista nell’arco di 20-40 giorni. Il 2 marzo seguente le baracche impiantate, secondo i dati pubblicati, erano solo 92.

Poggioreale: i resti della chiesa oggi, nel sito abbandonato.

Le autorità facilitarono in ogni modo il movimento migratorio, concedendo biglietti ferroviari gratuiti e rilasciando, senza formalità o intralci burocratici, i passaporti. Con questa linea di condotta si accolsero le richieste dalla gente, ma soprattutto si percorreva la strada più semplice per attenuare la pressione sociale nei paesi devastati. Contro questa strategia dell’abbandono si pronunciarono le organizzazioni locali degli agricoltori e le associazioni sindacali. Dopo la rovinosa replica del 25 gennaio 1968 le autorità proclamarono i paesi di Gibellina, Montevago e Salaparuta “zone proibite all’ingresso”.

Le perizie dell’ufficio tecnico del Genio Civile di Agrigento negli ultimi giorni del gennaio 1968 riportarono le cifre dei senzatetto per nuclei familiari: 750 famiglie a Montevago, 2.100 a Santa Margherita di Belice, 200 a Sciacca, per un totale di circa 80.000 persone. A circa un mese di distanza dall’inizio del terremoto, attorno alla metà del febbraio 1968, nella sola provincia di Trapani circa 9.000 senzatetto erano ricoverati in edifici pubblici, 6.000 in tendopoli, 3.200 in tende sparse e 5.000 in carri ferroviari, mentre 10.000 persone erano emigrate in altre province. Rimanevano da sistemare circa 47.000 persone.

I superstiti in cammino verso i campi di accoglienza.

Una folla di terremotati prende la via del nord

L’impatto degli eventi sismici sulla dinamica demografica complessiva delle zone colpite si evidenziò attraverso una brusca accelerazione del già consistente fenomeno migratorio, soprattutto della popolazione maschile in età lavorativa, verso il nord d’Italia e i paesi dell’Europa settentrionale. Solo i provvedimenti restrittivi dell’immigrazione adottati dalla Svizzera negli ultimi giorni di gennaio, la progressiva saturazione delle aree di accoglienza nel nord d’Italia, la rassegnazione e la volontà di ricostruire rallentarono momentaneamente il flusso migratorio, che era cresciuto notevolmente dopo la replica del 25 gennaio 1968.

Il 29 gennaio, secondo le dichiarazioni rilasciate alla stampa dai sindaci dei comuni maggiormente danneggiati, erano quasi 10.000 le persone che avevano lasciato i luoghi di residenza o avevano fatto richiesta in tal senso. Complessivamente si valutò in circa 12.000 il numero delle persone che lasciarono le zone terremotate partendo dalla stazione ferroviaria di Palermo. A Milano il 28 gennaio si stimava intorno a 1.300 il numero dei profughi giunti dalle località siciliane danneggiate dal terremoto, di cui 900 circa furono posti completamente a carico dell’assistenza pubblica.

A Santa Margherita di Belice gli emigrati furono un migliaio, e a fine gennaio nelle tendopoli allestite nei pressi dell’abitato distrutto erano rimaste 3.000 persone, rispetto ai 7.841 abitanti costituenti la popolazione presente prima del terremoto.

A Camporeale, in seguito al disastro, abbandonarono il paese in direzione di altre località siciliane o dell’Italia settentrionale ben 2.600 abitanti su 6.093. Solo 350 persone, alla fine del gennaio 1968, erano rimaste nelle tendopoli e in ripari di fortuna nella zona di Montevago.

Nei 14 comuni dell’area maggiormente danneggiata la popolazione presente scese dalle 96.417 unità del censimento 1961 alle 85.415 rilevate nel 1971. A circa un mese dal terremoto circa 10.000 persone residenti nella provincia di Trapani si erano trasferite in altre province. Tra le conseguenze a medio termine si accentuò la tendenza all’accentramento della popolazione nelle città e lo spopolamento nelle campagne. Iniziò l’afflusso di manodopera nordafricana impiegata nei lavori agricoli stagionali, che colmò i vuoti causati dall’emigrazione nelle schiere del bracciantato agricolo [2].

Una delle tendopoli approntate ai bordi delle strade.

Interventi statali ingenti, mal distribuiti e corrosi da interessi illegali

I primi provvedimenti del governo nazionale furono adottati nel corso della seduta del Consiglio dei Ministri svoltasi il 20 gennaio 1968. Tra le misure d’emergenza adottate figurarono: la sospensione del pagamento delle imposte nelle zone danneggiate fino al 31 dicembre 1968; una moratoria sui debiti e le cambiali; la sospensione del pagamento dei canoni di locazione di immobili urbani e rurali; l’elargizione di un contributo di 500.000 lire una tantum a beneficio dei capifamiglia, previa presentazione di un certificato rilasciato dalla Prefettura o dal Genio Civile, che attestasse la perdita di ogni avere; l’aumento dei sussidi di disoccupazione e l’avvio di una politica di investimenti in opere pubbliche per assorbire la disoccupazione.

Contributi ed esenzioni dalle imposte furono adottati per i lavoratori autonomi; fu decisa l’erogazione di un finanziamento a fondo perduto dell’importo massimo di 500.000 lire per le riparazioni urgenti dei fabbricati rurali. Si stanziarono 6 miliardi per l’acquisto di baracche e 15 miliardi per la costruzione di case di edilizia economico-popolare nelle province di Trapani, di Palermo e di Agrigento. Complessivamente l’impegno finanziario previsto ammontava a 45 miliardi e 360 milioni [3]. Contemporaneamente anche l’Assemblea Regionale Siciliana approvò una legge di intervento nelle aree danneggiate.

Santa Ninfa: baraccopoli costruita in contrada Acquanova.

Una ricostruzione importante, benché offuscata e non conclusa

Le competenze in materia di indennità di esproprio delle aree e di costruzione degli alloggi furono assegnate al Provveditorato alle Opere Pubbliche di Palermo, controllato dal ministero dei Lavori Pubblici. Per programmare la propria azione questo ente adottò gli indici di danno calcolati per ciascuna località dal Genio Civile nei giorni immediatamente successivi alla scossa del 15 gennaio. Tali indicatori non tenevano però conto dei danni, anche molto gravi, causati dalle forti repliche successive, e furono quindi giudicati ampiamente sottostimati.

I decreti legge e la legge-quadro per la ricostruzione (n. 241 del 18 marzo 1968) indicarono le località di Montevago, Gibellina, Poggioreale e di Salaparuta come centri da trasferire completamente; furono, invece, classificati come paesi soggetti a parziale trasferimento dell’abitato Santa Margherita di Belice, Santa Ninfa, Sambuca di Sicilia, Calatafimi, Salemi, Vita, Camporeale e Contessa Entellina [2].

Ostacoli di natura sociale e politica si incontrarono anche nella scelta dei terreni su cui edificare i nuovi centri abitati. La nuova Gibellina fu localizzata in prossimità della stazione ferroviaria di Salemi e dello svincolo autostradale, nella convinzione che ciò facilitasse il decollo industriale dell’area e il risveglio della vita economica, ancora fortemente legata ad attività agricole. La scelta delle nuove localizzazioni per i centri di Salaparuta e Poggioreale fu dettata da motivi connessi alla disponibilità di terreni pianeggianti o in lieve pendenza, che permettessero l’ulteriore espansione dei paesi, evitando i rischi di instabilità a causa di pendenze accentuate.

Non sempre però le scelte operate si dimostrarono valide e svariati fattori contribuirono ad accentuare le difficoltà della ricostruzione. Molti furono gli operatori, pubblici e privati, ai quali furono affidate competenze, causando sovrapposizioni e conflitti che ebbero l’effetto negativo di rallentare le operazioni svalutando, di fatto, l’entità dei finanziamenti concessi della Stato. La precaria situazione economica delle zone danneggiate, venendo a mancare l’effetto volano dei capitali locali e dei consumi, non favorì il formarsi di un nuovo tessuto socio-economico integrato.

La mancanza in loco di materiali da costruzione fondamentali, quali ferro e cemento, ritardò ulteriormente l’opera di ricostruzione. Sul finire del 1973, solo il 10% degli alloggi necessari era stato edificato; per di più, questi alloggi non potevano essere assegnati in quanto non erano state ultimate le necessarie opere di urbanizzazione primaria (strade, acquedotti, reti elettriche) ed erano completamente assenti i servizi amministrativi e commerciali. Secondo i dati del censimento del 1971, nell’area maggiormente danneggiata le abitazioni precarie ammontavano a 15.056; nel 1973, a cinque anni dal terremoto, i baraccati erano ancora 48.182. La realizzazione delle nuove infrastrutture procedeva a rilento.

Manifestazioni di protesta e interpellanze parlamentari si succedettero a partire dal 1970. Nel 1976, secondo i dati riportati da un’inchiesta conoscitiva promossa dalla Commissione Lavori Pubblici della Camera dei Deputati (quinto governo Moro/quinto governo Andreotti), oltre 47.000 cittadini delle zone terremotate risiedevano ancora nelle baraccopoli. Solo 225 abitazioni erano state assegnate e molte delle infrastrutture, le opere sulle quali si erano concentrati gli interventi, giacevano inutilizzate; il loro destino di “cattedrali nel deserto” era irrimediabilmente segnato. Un coacervo di fattori fece di fatto fallire l’“utopia urbanistica” dei progettisti della ricostruzione.

Nonostante le tante difficoltà, ma grazie alla volontà e alla forza di resistenza dei sindaci e dei residenti rimasti, alla fine i paesi furono ricostruiti. I modelli adottati nelle ricostruzioni furono diversi e spesso opposti. In alcuni casi si tese a riprendere e a conservare l’antico volto storico dell’abitato, integrando anche parti delle rovine nello scenario urbano (Santa Margherita Belice); in altri prevalsero idee di modernizzazione, con l’adozione di forme urbanistiche lontane e non storiche (la città giardino, la città comunitaria), fuori contesto, ma non prive di una certa idealità, che oggi però appare muta e svuotata da quella complessa temperie.

Nel Belice hanno operato architetti, urbanisti e artisti, che hanno portato all’opera di ricostruzione un contributo importante. Il Belice divenne anche il luogo di un pensiero sociologico critico e vigile, contro collusioni fra istituzioni e interessi malavitosi. Protagonisti di primo piano furono Danilo Dolce (1924–1997), poeta ed educatore, teorico della non-violenza (definito il Gandhi italiano), e don Antonio Riboldi (1923-2017), allora parroco di Santa Ninfa, autorevole e coraggioso testimone della vita pubblica italiana (fino a tempi recentissimi) per la sue aperte e reiterate denunce contro interessi illegali politico-mafiosi. In quegli anni della ricostruzione don Riboldi aveva trovato l’appoggio del deputato siciliano Piersanti Mattarella, divenuto nel 1978 presidente della Regione Siciliana, e del generale Carlo Alberto della Chiesa, entrambi poi assassinati da Cosa Nostra, rispettivamente il 6 gennaio 1980 e il 3 settembre 1982.

La legislazione adottata nei decenni consentì un miglioramento delle condizioni generali dell’attività vitivinicola, ma non riuscì nel breve e medio termine a fare evolvere con decisione lo stato di arretratezza e la frammentazione delle aziende agricole operanti nelle aree più lontane dalla costa. Fu vicino al mare che decollò poi, dopo alcuni decenni, un’economia turistica, ancora in via di consolidamento. Nelle regioni collinari interne l’impatto del terremoto sulla vita e sulle attività degli abitanti fu paragonabile a una drammatica cesura, che interruppe modi consolidati di abitare e di coltivare la terra.

L’arte salva la memoria

I vecchi paesi distrutti della valle del Belice sono in gran parte ancora visibili, come cicatrici su quel bellissimo e fertile territorio. Rappresentano oggi quel paesaggio delle rovine che segna spesso il centro e il sud dell’Italia e di altri paesi del Mediterraneo. Qui le rovine sono presenti da tempo immemorabile, testimonianze di civiltà scomparse o di paesi abbandonati anche di recente. Gli abitanti le tollerano da sempre e ci convivono. Le rovine diventano un veicolo di memoria, un segno di radici, che il disuso dei luoghi non sempre cancella.

Gibellina: veduta del grande cretto di Alberto Burri, la prima rovina sismica divenuta un monumento alla memoria.

In alcuni paesi ricostruiti del Belice, in quelli che hanno vicinanza stretta con i vecchi siti abbandonati, sono stati allestiti in anni recenti dei percorsi pedonali definiti “della memoria”, portandovi illuminazione pubblica e panchine, come se fossero un parco dei ricordi o dei ponti verso il passato. In questi luoghi, che solo il nostro profondo sud sa concepire, si comunica con la storia del posto, con i resti di vecchie case squarciate, con un passato che la cultura diffusa del Paese stenta a ricordare. In queste strani percorsi si distinguono qua e là fra le macerie eleganti portoncini, fini modanature architettoniche, assieme a poveri muri semicrollati fatti di ciottoli, che lasciano intravvedere misere stanzette. Le tracce di grandi fatiche della sopravvivenza e di piccoli o grandi privilegi o soprusi sociali emergono nello stesso modo dal loro azzeramento. La percezione di questi luoghi non è lontana da quella di un’opera d’arte.

Verso le colline della vecchia Gibellina distrutta e abbandonata, sotto il sole o nelle notti di luna, si vede biancheggiare in lontananza una sorta di fantasma: è il grande cretto di Alberto Burri, un’enorme colata di cemento bianco che compatta dodici ettari di macerie del centro storico di Gibellina. Il progetto fu avviato nel 1984 e terminato nel 1989. Le macerie furono raccolte con i bulldozer, compattate e tenute insieme da reti metalliche. Sopra questi blocchi omogenei, alti circa un metro e 60, si colò il cemento bianco. Il tracciato dei blocchi e delle fenditure ricalca l’impianto urbanistico di Gibellina. Qui l’arte salva la memoria. Una parte delle rovine, fatte di antichi vicoletti e contorti percorsi medievali, sono stati monumentalizzati e resi iconici dal cemento bianco. E’ il primo monumento alle rovine di un terremoto di tutta l’area mediterranea. Ha la forza e la semplicità di un segno alla coscienza del Paese.

a cura di E. Guidoboni (Centro EEDIS) e G. Valensise, INGV-Roma1.


Bibliografia

[1] E. Guidoboni, G. Ferrari, D. Mariotti, A. Comastri, G. Tarabusi e G. Valensise (2007). CFTI4Med, Catalogue of Strong Earthquakes in Italy (461 B.C.-1997) and Mediterranean Area (760 B.C.-1500), INGV-SGA, http://storing.ingv.it/cfti4med/.

[2] C. Caldo, L’insediamento nella valle del Belice (Sicilia) in relazione al terremoto del 1968, in “Rivista Geografica Italiana”, vol. 80 (1973), pp. 294-312; C. Caldo, Sottosviluppo e terremoto…, cit., 1975; G. Giarrizzo, Sicilia oggi (1950-86), in “Storia d’Italia. Le Regioni dall’Unità ad oggi. La Sicilia”, Torino 1987, pp. 603-696.

[3] Camera dei Deputati, IV Legislatura, Atti Parlamentari dell’Assemblea, Documenti, vol. 102 (1963-68), Legge n. 4797, Conversione in legge del decreto-legge 22 gennaio 1968, n. 12, concernente provvidenze a favore delle popolazioni dei Comuni della Sicilia colpiti dai terremoti del gennaio 1968, Roma 1968.


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I terremoti del ‘900: Il terremoto del 15 gennaio 1968 nella Valle del Belice (Parte 1)

Nel gennaio di quest’anno si è ricordato il cinquantesimo anniversario del catastrofico terremoto che ha devastato il Belice nel 1968 (magnitudo Mw 6.5 – Intensità epicentrale X scala MCS ).  Per approfondire gli aspetti di questa sequenza sismica verranno pubblicati due articoli tratti dal volume “Il peso economico e sociale dei disastri sismici in Italia negli ultimi 150 anni”, di Emanuela Guidoboni, storica dei terremoti e dell’ambiente e fondatrice del Centro EEDIS (Eventi Estremi e Disastri), e Gianluca Valensise, geologo e sismologo dell’INGV.  Il volume è stato edito da Bononia University Press (ISBN: 978-88-7395-683-9) e pubblicato nel 2011, in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. I dati su cui è basato il volume sono tratti dal Catalogo dei Forti Terremoti in Italia [1].

Anatomia di una catastrofe

Il terremoto colpì con numerose e violente scosse una vasta area della Sicilia occidentale compresa tra le province di Agrigento, Palermo e Trapani: un’area ritenuta non sismica dalle conoscenze scientifiche del tempo. Nel breve volgere di dieci giorni furono distrutte 9.000 case, numerose antiche chiese, vetusti palazzi e castelli. Si contarono alcune centinaia di vittime e oltre 100.000 senzatetto, 12.000 dei quali emigrarono quasi subito verso l’Italia del nord.

Contrasti istituzionali, una gestione delle risorse non controllata, denunce e conflitti resero difficile e lenta l’opera di ricostruzione. Errori, speculazioni, ma anche idee e preziosità si alternano in questa grande opera di recupero, non ancora conclusa dopo ormai cinquanta anni.

Gli effetti del terremoto

La sequenza sismica iniziò nel pomeriggio del 14 gennaio 1968 con una prima forte scossa alle ore 13:28 locali, che causò danni notevoli a Montevago, Gibellina, Salaparuta e Poggioreale, nonché lesioni in alcuni edifici a Santa Margherita di Belice, Menfi, Roccamena e Camporeale. Meno di un’ora dopo, alle 14:15, nelle stesse località ci fu un’altra scossa molto forte, sentita anche a Palermo, Trapani e Sciacca. Due ore e mezza più tardi, alle 16:48, ci fu una terza scossa, che causò danni gravi a Gibellina, Menfi, Montevago, Partanna, Poggioreale, Salaparuta, Salemi, Santa Margherita di Belice e Santa Ninfa. Leggi il resto di questa voce

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