Il terremoto delle Alpi orientali del 25 gennaio 1348
Nel 2026 si ricordano i forti terremoti che cinquant’anni fa segnarono la storia recente del Friuli. Per questo motivo è importante ricordare anche altri forti eventi avvenuti nella regione, benché siano lontani nel tempo. Forse il più forte di questi terremoti fu quello del 25 gennaio 1348, con la zona epicentrale nell’area di confine tra Italia, Austria e Slovenia.
L’assetto tettonico e sismico tra le Alpi orientali e le Dinaridi
L’area compresa tra il Friuli, l’Austria meridionale e la Slovenia occidentale è una delle zone geologicamente più complesse e attive d’Europa. La sua configurazione attuale è il risultato diretto della collisione tra la microplacca Adriatica (a Sud) e la placca Eurasiatica (a Nord). Lo scontro è dovuto al movimento di rotazione in senso antiorario della prima contro la seconda. Questo movimento comprime la crosta terrestre lungo una direzione Nord-Sud, sollevando le catene montuose e generando le deformazioni che causano i terremoti. In questo contesto si trova la Linea del Gail (o Lineamento Periadriatico), una faglia profonda che separa nettamente il sistema delle Alpi centrali da quello delle Alpi meridionali. Le Alpi meridionali sono caratterizzate da un sistema di sovrascorrimenti (overthrusts). Si tratta di enormi porzioni di crosta terrestre che, spinte dalla compressione e con faglie orientate Est-Ovest, scorrono al di sopra della microplacca Adriatica che a sua volta scivola al di sotto del cosiddetto Sudalpino, immergendosi verso Nord. Altro elemento di primo ordine dell’area è la Linea Fella-Sava, una faglia ad alto angolo che mostra segnali di attività recente. Questa struttura consente il movimento essenzialmente di tipo trascorrente (scorrimento orizzontale) rispetto al sistema delle Dinaridi, cioè le catene montuose che si sviluppano verso la Slovenia con un orientamento Nord-Ovest/Sud-Est e vergenza verso Sud-Ovest. Proprio a causa di questa configurazione complessa della strutturazione dell’area, è molto difficile attribuire un terremoto a una singola faglia visibile in superficie (Caracciolo et al., 2021; Fig. 1).

Il 25 gennaio 1348
Il 1348 è stato un anno poco felice. Proprio quando la peste bubbonica, dopo aver raggiunto la Sicilia, era sbarcata nella penisola italiana e cominciava a estendersi silenziosamente dal porto di Genova verso il resto d’Europa (a quel tempo le epidemie si espandevano velocemente attraverso gli scambi commerciali via mare), all’altro estremo della penisola avvenne un altro disastro. La zona di confine e di contatto tra le popolazioni germaniche, slave e italiche fu colpita da uno dei più forti terremoti medievali, accaduto – come ricordato nelle cronache – il giorno della festa della conversione di San Paolo, ovvero il 25 gennaio. Questo evento è uno dei pochi forti terremoti localizzati nell’Europa centrale ed è uno dei più noti avvenuti nel continente durante il Medioevo.
Sappiamo dell’esistenza di questo terremoto per la grande quantità di cronache che lo menzionano e perché si tratta di uno dei pochi eventi naturali che ha trovato un certo spazio nella memoria collettiva. Infatti, è stato menzionato in testi storici e anche dai primi studiosi della natura e dei terremoti (K. v. Megenberg, s.XIV; G. Manetti, s.XV; C. Lycosthenes, 1557; L. Cavitelli, 1588; M.A. Nicoletti, s.XVI; M. Bonito, 1691). In tempi più recenti della sismologia, il terremoto del 1348 è stato studiato molte volte (K.E.A. Hoff, 1840; A. Perrey, 1848; R. Hoernes, 1878; F.G. Hann, 1903; A. Till, 1907, tra gli altri). Tuttavia, sebbene sia un evento molto noto, resta difficile da studiare dal punto di vista sismologico.
Lo studio di questo terremoto dal punto di vista macrosismico è reso complicato da alcuni elementi:
- è molto antico e quindi la disponibilità di fonti, soprattutto coeve, è estremamente ridotta;
- è avvenuto in un’area marginale rispetto ai grandi centri politici e culturali del tempo;
- è avvenuto in una zona divisa tra diverse nazioni, come vedremo in seguito, in un’area in cui erano a contatto popolazioni italiche, germaniche e slave.
Per questi motivi, i diversi studi realizzati finora hanno ottenuto localizzazione epicentrale e magnitudo molto diverse tra loro: l’epicentro è stato posto da una parte all’altra del confine tra Italia, Slovenia e Austria; la magnitudo stimata varia tra 5.7 e 7.3 (Fig. 2).

Queste incertezze giocano un ruolo importante nella valutazione della pericolosità sismica, perché, insieme ai terremoti del 1511 e del 1976, quello del 1348 rappresenta l’evento più importante verificatosi nella regione friulana. La conoscenza di questo terremoto, dunque, risulta fondamentale sia per elaborare scenari di rischio, sia per definire la “sorgente sismogenetica” da utilizzare nelle valutazioni probabilistiche.
Le stime derivano – come per tutti i terremoti pre-strumentali – dal numero delle località identificate e dal grado degli effetti subiti da esse. Poiché questi dati provengono da documenti storici, le differenti valutazioni derivano dalla scelta delle fonti e dalle diverse interpretazioni di esse. Per questo motivo è necessario soffermarsi su alcune caratteristiche delle fonti utilizzate.
Le fonti storiche
Christa Hammerl, una sismologa austriaca che dedicò il suo studio di dottorato (Hammerl, 1992) all’analisi di questo terremoto, raccolse circa cento documenti (annali, cronache, lettere) che parlano del terremoto del 25 gennaio 1348. Tuttavia, quelli più importanti si riducono a poco più di una decina. La quasi totalità delle fonti vicine al terremoto forniscono informazioni su una singola località o su aree molto ristrette, mentre solo tre cronache presentano una descrizione complessiva dell’evento, con lunghi elenchi di località colpite. Tuttavia, queste ultime cronache sono testi complessi, redatti, inoltre, a molte centinaia di chilometri dall’epicentro.
Si può comprendere bene l’importanza di queste circostanze se si confronta l’evento del 1348 con l’altro forte terremoto alpino avvenuto meno di dieci anni dopo: quello di Basilea del 1356. Basilea era sede di un principato arcivescovile e centro di cultura e commercio; per questo motivo sono stati numerosi i cronisti locali che hanno lasciato memoria del terremoto. Al contrario, la zona più fortemente colpita nel 1348 era un’area piuttosto marginale, senza rilevanti centri culturali, ed era politicamente e linguisticamente frammentata. Si trattava di un luogo di passaggio tra Nord e Sud Europa in un’epoca in cui gran parte della circolazione di merci e persone avveniva ancora via mare. Per questi motivi, i numerosi cronisti che lasciarono tracce del terremoto del 25 gennaio 1348 si trovavano lontani dall’epicentro. Siccome il centro urbano più importante in area epicentrale era Villach, il terremoto è stato tramandato nei secoli come “terremoto di Villach”, benché non sia rimasta alcuna testimonianza scritta in quella cittadina (Fig. 3).

Al tempo del terremoto, Villach era un lontano dominio del principe arcivescovo di Bamberg (cittadina nel Nord della Baviera), mentre il resto del territorio si trovava diviso tra il Patriarcato di Aquileia, i Ducati di Carinzia e di Carniola, la contea di Ortenburg e il principato di Frisinga. Ai margini della zona di maggior danno rimanevano la Repubblica di Venezia e la Contea di Gorizia (Fig. 4).

Il carattere frammentario della zona colpita da questo terremoto è stato superato dalla narrazione delle tre più importanti cronache rinvenute: la Cronaca Universale (Weltchronik) di frate Detmar, scritta a Lubecca in tedesco antico, la Gesta Bertholdi di Matthias von Neuenburg, scritta a Strasburgo in latino, e la Nuova Cronica di Giovanni Villani, scritta a Firenze in italiano volgare. In quest’ultima cronaca il terremoto fu l’ultima notizia riportata da Giovanni Villani prima di morire a causa della Peste Nera (il suo scritto fu poi continuato dal fratello Matteo).
Il racconto di Villani è composto da due parti: la prima accenna al risentimento della forte scossa nell’Italia settentrionale fino a Pisa; la seconda trascrive una lettera inviata da Udine da mercanti fiorentini, nella quale danno notizia degli effetti del terremoto nelle località che si trovano sulle due principali strade che uniscono il Friuli e la Carinzia. Il testo è interessante perché il suo stile sembra anticipare il genere narrativo che verso la fine del XV secolo, avrebbe dato origine al giornalismo moderno.
Matthias von Neuenburg scrisse due opere in cui menziona il terremoto: una Cronaca (Chronica), in cui fa un primo riassunto dell’evento, e poi nella sua biografia dell’Arcivescovo di Strasburgo Bertold von Buchegg, la Gesta Bertholdi Argentinensis, in cui aggiunge il nome di molte località colpite. Matthias von Neuenburg era avvocato nella corte dell’Arcivescovo di Strasburgo e per questo motivo aveva a disposizione la vasta rete di informazioni che l’alto prelato godeva come membro rilevante dell’Ordine dei Cavalieri Teutonici. I dati forniti da Matthias v. Neuenburg riguardavano in particolare la Carinzia e la Carniola.
L’ultima delle tre fonti menzionate è quella di un frate francescano noto come Detmar, scritta a Lubecca tra venti e quarant’anni dopo il terremoto. Per questo motivo non tutti gli studiosi l’hanno utilizzata perché considerata non contemporanea al terremoto. Tuttavia, nonostante la distanza temporale, la cronaca di Detmar è molto importante perché aveva a disposizione documenti coevi conservati nell’archivio ufficiale del Comune di Lubecca. Infatti, questa ricca città faceva parte della Lega Anseatica e almeno dalla fine del XIII secolo contava un archivio storico. Lo stesso comune di Lubecca chiese a Detmar di continuare a scrivere la cronaca della città che era stata interrotta per causa della Peste Nera. Detmar invece non si limitò alla cronaca cittadina e scrisse una cronaca del mondo (Weltchronik) basata su testimonianze arrivate attraverso le diverse vie commerciali. I brani dedicati al terremoto del 1348 sembrano essere stati assemblati sulla base di (almeno) tre fonti diverse.
Come succede con le altre fonti menzionate, non sempre è semplice identificare con certezza i luoghi citati da Detmar; tuttavia, fornisce molti nomi di località danneggiate sia in Friuli che in Carinzia e in Carniola, ed è proprio grazie alla sua cronaca che è stata identificata la zona di maggior danno nella sella di Camporosso, nella Val Canale.
Sulla base dell’analisi critica delle fonti è stata disegnata una mappa degli effetti che contiene 74 punti di intensità macrosismica e che copre una zona molto estesa (Fig. 5).

È da notare che molte informazioni riguardano castelli, come quelli rappresentati nelle Fig. 6 e 7, i cui danni non possono essere identificati con un valore preciso in una scala macrosismica (riservata ai nuclei urbani), bensì con una espressione alfanumerica “D” (damage/danno), “HD” (Heavy Damage/Forte Danno). Simile discorso vale per la Sella di Camporosso, perché si tratta di un’area geografica e non di un centro abitato.


Attraverso algoritmi specifici per la parametrizzazione di un terremoto (epicentro e magnitudo), utilizzando tutte le osservazioni macrosismiche disponibili si è arrivati alla stima che colloca l’epicentro proprio nella sella di Camporosso (coordinate Lat. 46.504 N, Lon. 13.581 E), con un’intensità massima (Imax) pari a 9-10 MCS (simile ai forti terremoti friulani del 1976) e una magnitudo momento (Mw) pari a 6.6, che risulta la più alta storicamente riscontrata per la regione.
Eventi in cascata
Questo terremoto è ricordato anche per gli effetti “a cascata” cui diede luogo. Le cronache parlano di diverse frane; tuttavia, quella che ha focalizzato la maggior attenzione è stata la grande frana del monte Dobratsch, davanti al monastero di Arnoldstein (Fig. 8) sulla strada tra il valico di Coccau e Villach, perché non solo ha distrutto il castello di Löwenburg, sulle pendici del monte, ma anche perché chiuse il flusso del fiume Gail, provocando prima lo straripamento delle acque a monte e poi l’inondazione a valle, quando le acque sovrastarono il corpo della frana, con la conseguente distruzione di molti piccoli paesi non più ricostruiti. A questo riguardo, si può fare una considerazione di tipo meteorologico. Benché il terremoto sia accaduto in pieno inverno, nelle cronache non viene menzionata la neve e non si parla di slavine. È quindi probabile che la stagione di precipitazioni si sia manifestata con piogge abbondanti, invece che con nevicate, creando le condizioni perché un forte terremoto potesse provocare una frana.

Conclusioni
Il terremoto del 25 gennaio 1348 rimase nella memoria come uno dei maggiori eventi catastrofici delle Alpi orientali. È stato necessario un lungo lavoro di analisi e interpretazione delle fonti per poter ricostruire uno scenario macrosismico aggiornato. Tuttavia, non si può escludere che altre fonti, ad esempio degli archivi di Bamberg, possano gettare nuove luci sugli effetti di questo terremoto. È bene ricordare che, quella che era una regione marginale nel XIV secolo, oggi è una zona di passaggio fondamentale per i flussi di persone e merci e cerniera non solo tra tre Stati dell’Unione Europea, bensì tra almeno tre tradizioni linguistiche e culturali del continente.
A cura di Carlos Caracciolo (INGV-BO)
Il piano quotato del terremoto, cioè la lista e la mappa di tutte le località per le quali è stato possibile assegnare l’intensità macrosismica, è visibile nel catalogo CPTI15 (https://emidius.mi.ingv.it/CPTI15-DBMI15/event/13480125_1530_000)
Ulteriori informazioni sullo studio del terremoto sono contenute nell’articolo di Caracciolo et al. (2021), consultabile liberamente al seguente link: https://bgo.ogs.it/issues/2021-vol-62-3/eastern-alps-earthquake-25-january-1348-new-insights-old-sources
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