I terremoti del 1972 nell’Anconetano

Ricorre in questi mesi il cinquantesimo anniversario della sequenza sismica che colpì il territorio anconetano nel primo semestre del 1972. Il primo evento forte (Mw 4.5, CPTI15) si verificò il 25 gennaio e provocò danni soprattutto a Ancona e Falconara; seguirono, tra il 4 e l’8 febbraio, ben sette eventi con magnitudo Mw compresa fra 4.4 e 4.6 che compromisero la stabilità di molti fabbricati, soprattutto a Ancona, ma anche nel circondario. Gli ultimi due terremoti rilevanti si verificarono il 14 giugno; in particolare il primo, con magnitudo Mw 4.7, risultò il più forte di tutta la sequenza.

Tabella 1 – Parametri dei terremoti della sequenza secondo il catalogo CPTI15.

La sequenza del 1972 non è stata certo l’unico evento sismico che Ancona abbia subito nella sua lunga storia. Nell’ultimo millennio la città è stata interessata da vari eventi distruttivi (Fig. 1); in particolare in occasione del terremoto di Senigallia del 1930 la città ha subito, in un colpo solo, danni paragonabili a quelli subiti nel 1972.

Figura 1 – Storia sismica di Ancona da DBMI15 (Locati et al., 2022).

Tuttavia nell’immaginario collettivo dell’epoca e nella narrazione pubblica tuttora dominante, la sequenza del 1972 è saldamente radicata come la massima catastrofe sismica mai subita da Ancona. Questa convinzione fu determinata dal ripetersi delle scosse, che provocarono danneggiamenti diffusi ad Ancona e in diverse località della provincia e che costrinsero molti abitanti ad abbandonare le proprie case e a vivere in alloggi di fortuna (tende, vagoni ferroviari ecc.) per diversi mesi. Fu determinata anche dalla tipologia delle informazioni diffuse in quel periodo (l’intensità veniva assegnata secondo la cosiddetta scala “Mercalli-Sieberg”), unitamente alla consueta esagerazione da parte dei media (ad esempio, per l’evento del 14 giugno ad Ancona si parla ancora di intensità I pari a 9 o addirittura 10, e di magnitudo paragonabile a quella del terremoto di Amatrice del 2016). In realtà, se ad esempio si mette a confronto l’area interessata dal terremoto del 1930 con quella interessata dall’evento del 4 febbraio 1972 (i cui effetti maggiori, peraltro, rappresentano il cumulo di quanto sperimentato fino a quel momento) si può vedere che la prima è nettamente più estesa della seconda e che gli effetti del primo terremoto sono molto più rilevanti (Fig. 2).

Figura 2 – Distribuzione di intensità dei terremoti del 30 ottobre 1930 e del 4 febbraio 1972
(da Locati et al., 2022).

Infine, a causa della concomitante polemica (Caracciolo e Castelli, 2016) sulla possibile responsabilità dei terremoti da parte attività di prospezione dell’AGIP in Adriatico (“trivellazioni petrolifere”), la sequenza di terremoti – e in particolare la ripresa del 14 giugno – determinò molte polemiche nella popolazione, che sfociarono nell’organizzazione di alcune conferenze pubbliche con la partecipazione di ricercatori. Tra queste una conferenza internazionale (Kisslinger, 1972) che, escludendo la connessione fra terremoti e trivellazioni, propose una serie di iniziative.

Nonostante l’impegno scientifico dedicato alla sequenza sismica, la comprensione della medesima presenta ancora diverse incertezze, soprattutto per quanto riguarda la localizzazione degli eventi. Nel seguito si ricordano le iniziative scientifiche e si fa il punto sulle conoscenze disponibili.

L’intervento dell’Istituto Nazionale di Geofisica

La storia e le caratteristiche dell’intervento di monitoraggio sismologico e accelerometrico dell’Istituto Nazionale di Geofisica (ING*) sono raccontate nella monografia di Console et. al. (1973) “Relazione sui fenomeni sismici dell’Anconitano”.

Figura 3 – Due degli autori del lavoro Console et al. (1973) in una foto pubblicata nel 1972 dal “Corriere Adriatico”.

Dopo i tre eventi avvertiti dalla popolazione il 25 e il 26 gennaio 1972, alla ripresa della sequenza con tre terremoti di magnitudo 4.4 nella sola giornata del 4 febbraio fu deciso l’intervento ad Ancona della stazione sismica mobile, allora approntata dall’ING. Tale stazione era composta da tre sismometri Teledyne Geotech S-13 con periodo proprio di 1 s, un sistema di amplificazione elettronica e tre registratori a tamburo su carta termosensibile “Helicorder” della stessa casa costruttrice (Fig. 4). Il sistema di registrazione e i registratori si potevano montare sul furgone “Alfa F20” per consentirne il rapido trasporto e l’immediato utilizzo in qualunque luogo.

Figura 4 – La stazione sismica mobile dell’ING.

La squadra dell’ING, composta da due ricercatori e due tecnici, arrivò nella città semiabbandonata di Ancona nella tarda serata del 4 febbraio. La stazione fu installata presso la locale caserma dei Vigili del Fuoco ed iniziò a registrare verso la mezzanotte. La sensibilità delle apparecchiature consentì di osservare immediatamente la sequenza ininterrotta di numerose repliche di magnitudo inferiore a 2.0.

La stessa notte, a complemento di un accelerometro del Ministero LL.PP. già installato ad Ancona prima della sequenza, un accelerografo MO2 fu posto in funzione al terzo piano dell’hotel Excelsior di Ancona, dove registrò tre eventi di magnitudo superiore a 4.0 nelle primissime ore della mattina.

Il 5 febbraio, la squadra dell’ING installò altri tre accelerografi MO2 in località circostanti Ancona (Senigallia, Jesi e Osimo). In Fig. 5 è presentata la disposizione degli strumenti temporanei e permanenti durante il periodo sismico.

Figura 5 – Disposizione degli strumenti temporanei e permanenti durante il periodo sismico (da Console et al., 1973).

In seguito alla diminuzione dell’attività sismica, la stazione mobile fu rimossa la mattina dell’11 febbraio e al suo posto fu posta in funzione una stazione permanente a tre componenti, a registrazione fotografica, presso l’Osservatorio Geofisico di Corinaldo dell’ING. Allo stesso tempo l’ING installò anche un sismografo meccanico Wiechert da 200 kg nel basamento dei locali della Provincia di Ancona, lasciandone la gestione al personale tecnico dell’Amministrazione.

Dati accelerometrici

Un consistente capitolo dello studio di Console et al. (1973) è dedicato alle registrazioni accelerometriche, delle quali viene presentato un quadro riassuntivo di 41 registrazioni. Tali registrazioni sono suddivise fra quelle dello strumento modello MO2 (a pellicola fotografica) installato presso il Genio Civile di Ancona pochi mesi prima del gennaio 1972, e quelle dello strumento modello AR240 (a carta fotografica) installato presso la caserma dei Vigili del Fuoco di Ancona nella notte tra il 4 e il 5 febbraio 1972. Nella stessa notte, oltre a queste 41 registrazioni ne furono ottenute altre tre dal già citato strumento temporaneamente posizionato al terzo piano dell’Hotel Excelsior.

L’articolo è corredato dall’immagine delle principali registrazioni accelerometriche (Fig. 6). E’ importante rilevare che quelle registrazioni erano all’epoca fra le prime e le più significative mai ottenute in Italia.

Figura 6 – Una registrazione accelerometrica dell’evento più forte del 4 febbraio (da Console et al., 1973).

Gli spettri di risposta (Fig. 7) mostrano valori di picco a periodi di oscillazione (tra 0 e 0.5 s) particolarmente piccoli rispetti a quelli di progetto nella normativa sismica vigente all’epoca, sostanzialmente basata su dati americani riguardanti terremoti di magnitudo più elevata.

Figura 7 – Un esempio di spettro di risposta (da Console et al., 1973).

Anche il CNEN (Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare, in seguito ENEA) installò due strumenti di tipo SMA1 (stazioni di Ancona Rocca, ANR, e Ancona Palombina, ANP). Alcune delle registrazioni furono in seguito utilizzate da Calza et al. (1981) per proporre uno spettro di normativa più adeguato alle caratteristiche degli scuotimenti dell’Anconetano.

Quanto “forti” sono stati questi terremoti?

I valori di magnitudo relativi agli eventi più significativi trovano un discreto accordo fra le varie elaborazioni ottenute negli anni. Console et al. (1973) presentano i valori di magnitudo relativi a 507 terremoti, stimati dalle registrazioni del sismografo Wood-Anderson installato all’Osservatorio di Monte Porzio o da quelle della stazione mobile, che era stata appositamente calibrata per confronto con lo stesso Wood-Anderson; si deve assumere che questi valori si possano considerare equivalenti alla magnitudo Richter ML. I valori vanno da un minimo di 2.2 a un massimo di 4.7 per il terremoto del 14 giugno; per questo evento Kisslinger (1972) riporta magnitudo M 4.9 dal NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration, USA). CPTI15 (Rovida et al. 2022) per l’evento del 25 gennaio fornisce una magnitudo pari a Mw 4.5, valore ottenuto dalla media pesata delle stime macrosismiche e strumentali; per gli altri eventi, stante la difficoltà di interpretare i dati macrosismici in presenza degli effetti di cumulo, fornisce la sola magnitudo Mw strumentale proposta da ISC, con valori compresi fra 4.4 e 4.7. L’incertezza varia fra 0.2 e 0.3.

Dove sono localizzati gli epicentri?

Le localizzazioni epicentrali fornite dai vari studi presentano delle differenze. Per l’evento del 25 gennaio la localizzazione proposta dal Bollettino Sismico Definitivo ING (BSD) – proveniente da BCIS (Bureau Central International de Seismologie, Strasburgo, Francia), coincidente con quella di ISC (International Seismological Centre, Thatcham, UK) e ripresa da CPTI15, pone l’epicentro nello specchio di mare antistante Montemarciano (Fig. 8).

Figura 8 – Localizzazioni epicentrali del terremoto del 25 gennaio, da ASMI. I simboli in figura si riferiscono ai diversi epicentri: stella = ISC; triangolo verde = Postpischl, coincidente con CPTI15; triangolo viola = CFTI5med.

Per gli eventi successivi al 4 febbraio si dispone delle localizzazioni epicentrali di Console et al. (1973), ottenute in prevalenza dagli strumenti in loco utilizzando dalla distanza epicentrale e l’azimut, al meglio di quanto possibile all’epoca. La maggior parte delle localizzazioni si concentra in un’area a NE della città di Ancona (Fig. 9).

Figura 9 – Localizzazioni degli eventi registrati da ING (da Console et al., 1973).

Viceversa, le localizzazioni fornite da BSD (1972) e da ISC, successivamente riprese da CPTI15, collocano la maggior parte degli epicentri nella stessa zona dell’evento del 25 gennaio.

Per l’evento del 14 giugno la panoramica delle varie localizzazioni disponibili è visibile in ASMI (Rovida et al., 2017), da cui è tratta la Fig. 10.

Fig. 10 – Localizzazioni epicentrali dell’evento del 14 giugno (da ASMI). I simboli in figura si riferiscono ai diversi epicentri: stella = ISC, coincidente con CPTI15; gli altri simboli sono descritti in legenda.

Profondità dei terremoti

Console et al. (1973) determinano la profondità dall’angolo di emergenza mediante una apposita relazione, ottenendo un valore medio attorno ai 5 km per tutti gli eventi sismici del periodo. Per l’evento del 14 giugno ottengono una profondità pari a 8 km. Per gli eventi di febbraio ISC propone profondità fra 17 e 35 km; per il primo del 14 giugno si attesta sui 3 km, per poi tornare a 21 km per il secondo evento dello stesso giorno.

A prima vista i valori di Console et al. (1973) sembrerebbero più coerenti con la limitata area di risentimento dei terremoti.

Sismicità degli anni successivi

CPTI15 riporta un evento il 10 novembre 1973 per il quale sono disponibili alcuni punti di intensità, localizzato nella stessa area dove ISC localizza gli eventi del 1972, senza fornire la magnitudo. Questo evento appartiene a uno degli sciami registrati nel periodo 1973-76 dalla rete sismometrica dell’anconetano installata dal Laboratorio per la Geofisica della Litosfera (LGL) del CNR nel 1973 (Ferraris et al., 1975), analizzati da Crescenti et al. (1977). Gli autori sostengono che la profondità degli eventi sia compresa fra 2.5 e 7 km.

Le localizzazioni di questi eventi (Fig. 11) sono proposte da Calza et al. (1981). Dalla numerazione degli epicentri si evince che i terremoti in questione non rappresentano tre sciami cronologicamente distinti, bensì tre zone dove l’attività sismica si è concentrata fra il 1973 e il 1976.

Figura 11 – Distribuzione della sismicità nel periodo 1973-1976 (da Calza et al., 1981).

Cenni interpretativi

DISS Working Group (2021) presenta in quest’area le sorgenti sismogenetiche illustrate in Fig. 12: il rettangolo giallo individua il terremoto del 1690. Come si può vedere, le localizzazioni proposte da Console et al. (1973) sarebbero riferibili alla sorgente composita che contiene il promontorio del Conero. Gli epicentri proposti da ISC e ripresi da CPTI15 potrebbero rientrare, con un po’ di difficoltà, nella porzione settentrionale della stessa sorgente, anche se profondità di 25 km non sembrano compatibili con questa sorgente. In alternativa gli epicentri avrebbero potuto interessare un segmento adiacente alla sorgente del terremoto del 1930. Non sarebbe peraltro da escludere un coinvolgimento di entrambe le sorgenti.

Le localizzazioni proposte da Calza et al. (1981) potrebbero anche suggerire la presenza di strutture attive trasversali alla costa, anche se va tenuto conto del possibile condizionamento di queste localizzazioni legato alla geometria della rete sismometrica.

Figura 12 – Sorgenti sismogenetiche dell’area di interesse (da DISS Working Group, 2021).

Conclusioni

La sequenza sismica dell’anconetano del 1972 determinò uno dei primi interventi di monitoraggio sismico in Italia. I risultati più significativi furono la localizzazione di gran parte degli eventi della sequenza e l’acquisizione di un centinaio di registrazioni accelerometriche. La descrizione degli effetti macrosismici risente invece della tradizionale difficoltà di distinguere il danneggiamento provocato dai singoli eventi.

Sul piano sismologico questa sequenza determinò anche l’avvio delle ricerche nell’anconetano con l’installazione della già citata rete sismometrica avvenuta nel 1973 – a seguito di esplicita raccomandazione della conferenza internazionale del luglio 1972 su iniziativa del Comune di Ancona e con la collaborazione dell’Università di Ancona –  ad opera del Laboratorio per la Geofisica della Litosfera del CNR (Milano), precursore della attuale sezione INGV. Seguirono la realizzazione della indagine di microzonazione del territorio anconetano (Calza et al., 1981) e il successivo coinvolgimento dell’Osservatorio Geofisico Sperimentale di Macerata come punto di riferimento per la gestione della rete sismometrica marchigiana.

A seguito di questa sequenza, la città di Ancona intraprese un piano di ricostruzione esemplare, sostenuto anche da una serie di decreti governativi che aprirono la strada a questi tipi di interventi utilizzati in occasione di terremoti successivi. Un racconto dettagliato delle vicende relative all’emergenza e alla ricostruzione, con riferimento prevalente agli aspetti sociali e politici, è fornito dal volume “Il terremoto di Ancona” (Frezzotti, 2017).

a cura di Massimiliano Stucchi (INGV-BO, già dirigente di ricerca presso CNR e INGV) e Rodolfo Console (INGV-Roma, già dirigente di ricerca presso INGV)

* ING dal 1999 (Decreto legislativo 29 settembre 1999, n. 381) è confluito nell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) insieme ad altri quattro istituti già operanti nell’ambito delle discipline geofisiche e vulcanologiche: l’Osservatorio Vesuviano (OV), l’Istituto Internazionale di Vulcanologia di Catania (IIV), l’Istituto di Geochimica dei Fluidi di Palermo (IGF) e l’Istituto di Ricerca sul Rischio Sismico di Milano (IRRS).

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