Friuli 1976: una story maps racconta le storie di una comunità tornata a vivere

Il 6 maggio 1976 era stata una giornata incolore. Nelle redazioni dei giornali, il giro di cronaca non aveva restituito notizie di rilievo. Poi, alle ore 21:00, tutto cambiò. La terra venne scossa da una violenza paragonabile a una “frustata” improvvisa e imprevedibile. In quel preciso istante, gli orologi si fermarono, e con essi la storia di un’intera regione. Quello che sembrava un pigro inizio di serata si trasformò nell’evento sismico più forte mai registrato in Italia settentrionale in epoca strumentale: un terremoto di magnitudo locale ML 6.4, con una magnitudo momento stimata Mw 6.5. La terra tremò dall’Italia centrale fino all’Olanda, ma il cuore della tragedia batteva nel Friuli remoto. Nelle ore immediatamente successive alla scossa, l’Italia piombò nel caos informativo.

Fu il giornalista Mario Blasoni del Messaggero Veneto a restituire la dimensione reale della “lunga notte”:

Gemona era crollata: cominciava così, con queste tre parole, la lunga notte nella quale il mio lavoro s’intrecciò drammaticamente con un’esperienza personale che mai avrei creduto di vivere. Impossibile mettersi in contatto con le zone colpite, con i telefoni subito bloccati dall’accavallarsi delle chiamate di chi cercava notizie dei propri cari.

A 50 anni dai terremoti che nel 1976 colpirono il Friuli, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS pubblicano la story maps: Quella notte una sola notizia. Friuli 1976, storie di una comunità tornata a vivere per raccontare cosa accadde in quei lunghi mesi e come la comunità reagì a questa lunga sequenza sismica. 

La story maps è organizzata in 5 capitoli con contributi provenienti da diversi studi sismologici, mappe storiche, immagini e video d’epoca, simulazioni e mappe interattive:

  • La sequenza sismica
  • L’impatto dei terremoti
  • Il racconto dell’emergenza
  • Il Modello Friuli
  • Tra leggenda e realtà

Nel primo capitolo viene descritta la lunga sequenza sismica iniziata con il terremoto del 6 maggio, seguita da centinaia di scosse nelle settimane e mesi successivi. Quello del 6 maggio fu il primo evento sismico italiano studiato in modo accurato grazie alla disponibilità di molteplici rilevazioni strumentali. I mesi di luglio e agosto furono caratterizzati da una relativa quiete. Questa fase fu però interrotta a settembre da una ripresa dell’attività, culminata con quattro eventi di magnitudo elevata, tra cui il più forte raggiunse, il giorno 15, una magnitudo locale ML 6.1.

Gli studi effettuati permisero di localizzare con precisione oltre 1200 scosse avvenute nel primo anno, andando a esaurirsi con la scossa di magnitudo ML 5.2 avvenuta nel settembre del 1977 lungo la sponda destra del Tagliamento. 

Nel secondo capitolo vengono descritti gli effetti di questa sequenza sismica. In particolare, la prima forte scossa ebbe un’intensità epicentrale pari al IX-X grado della scala macrosismica Mercalli-Cancani-Sieberg (MCS) e fu avvertita in un’area estremamente vasta. Il risentimento si estese a tutta l’Italia centro-settentrionale raggiungendo città come Roma e Torino, e numerosi Paesi europei, tra cui Austria, Svizzera, Repubblica Ceca, Slovacchia, gran parte di Germania, Croazia, Francia, Polonia e Ungheria.

Le tante testimonianze fotografiche degli effetti devastanti della sequenza sismica, geolocalizzate a scala comunale, sono state organizzate in una mappa interattiva (map tour) con brevi descrizioni per alcune località. 

Il tragico impatto su molti centri abitati del territorio friulano emerge con chiarezza anche attraverso il confronto fotografico tra il ‘prima’ e il ‘dopo’ di palazzi, monumenti e strade. 

Il racconto dell’emergenza, fin dalle prime ore dopo il disastro, è il tema del terzo capitolo dove si evidenzia il ruolo dei giornalisti che cominciarono a esplorare le località più colpite, diventando non solo protagonisti delle storie altrui, ma testimoni diretti degli eventi, autentiche fonti primarie di notizie che nessun altro avrebbe potuto fornire. Alcune di queste testimonianze sono state raccolte in un’altra mappa interattiva (map tour) e mostrate in un reportage per la televisione pubblica. La stampa offrì anche ampio spazio agli approfondimenti scientifici attraverso una forma pionieristica di data journalism: una collaborazione unica tra gli scienziati dell’OGS di Trieste e il Messaggero Veneto, che portò alla pubblicazione di contenuti informativi giornalieri sull’andamento della sequenza sismica.

L’emergenza in Friuli segnò, inoltre, la fine dell’improvvisazione. Ventiquattr’ore dopo la scossa più forte, il Governo nominò l’onorevole Giuseppe Zamberletti come Commissario Straordinario. Il suo approccio, il “Metodo Zamberletti”, non fu solo burocrazia, ma una rivoluzione operativa che trasformò i sindaci nel “cuore istituzionale” della gestione dell’emergenza grazie alla creazione dei Centri Operativi di Settore (COS). 

L’onorevole Zamberletti diede l’impulso anche alla fase di ricostruzione, tema centrale del quarto capitolo, con il cosiddetto “Modello Friuli” che può tradursi semplificando nella formula del “dov’era e com’era”. Per attuare questo modello i comuni vennero classificati in base al livello di danneggiamento. In soli dieci anni, il Friuli risorse. Centri storici come Venzone e Gemona vennero restituiti alla loro bellezza originaria grazie a una sinergia tra nuove tecnologie antisismiche e rispetto filologico della storia. Fu la vittoria del decentramento amministrativo e della dignità di un popolo che rifiutava l’assistenzialismo.

Il Friuli impressionò il mondo adottando un principio fondamentale: “prima la fabbrica, poi la casa”. L’obiettivo era chiaro: ricostruire il sistema produttivo per assicurare il futuro della regione e scongiurare l’esodo della popolazione. I risultati furono immediati e tangibili: in meno di un anno, oltre il 90% delle 450 imprese colpite era già tornato pienamente operativo.

Nell’ultimo capitolo della story maps si racconta come il popolo friulano tornò ai miti ancestrali per elaborare il trauma: il terremoto divenne l’Orcolat, un orco o drago mitologico che dorme sotto il Monte San Simeone, tra Cavazzo, Bordano e Trasaghis. I suoi bruschi risvegli erano la spiegazione poetica alla furia cieca della terra. Il poeta e sindacalista Leonardo Zanier divenne la voce della resistenza culturale, usando la lingua friulana come uno scudo contro la disperazione. Nelle sue poesie, l’Orcolat si manifesta come una forza spietata che non guarda in faccia a nessuno, sbriciolando castelli e umili case.

“Oh se il teremot al fos un drâc / platât dismenteât / vivarôs e lùscint / che sot via al va sgarfant ora / prescint par fâ sprofondâ / citâts e marans e cà e là a so / caprici las cjasas dai furlans…”

(Oh se il terremoto fosse un drago / nascosto dimenticato / vigoroso e fiammeggiante / che sottoterra va scavando proprio ora / per far sprofondare città e casali / e qua e là a suo capriccio le case dei friulani…)

Accanto ai racconti popolari e letterari, ci sono le storie dei sopravvissuti e dei testimoni. Alcune testimonianze di cittadini, amministratori, giornalisti, scienziati e soccorritori sono state geolocalizzate e raccolte in una mappa interattiva (map tour), in cui vengono proposte le relative interviste testuali e, in alcuni casi, anche multimediali.

Quella notte una sola notizia. Friuli 1976, storie di una comunità tornata a vivere è una storymaps di INGVterremoti realizzata in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS , ed è disponibile al seguente link: https://arcg.is/1Gm5em1 

A cura di Maurizio Pignone (INGV – Osservatorio Nazionale Terremoti)


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