Il terremoto del 1968: nel libro Belìce Punto Zero, il mondo del prima e quello del dopo

L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Palermo, l’Università degli Studi di Catania, la Biblioteca Centrale della Regione Siciliana “A. Bombace” e il supporto del CRESM (Centro Ricerche Economiche e Sociali), ha pubblicato il libro fotografico “Belìce Punto Zero”. Il susseguirsi delle immagini dei luoghi di ‘ieri’ con quelli di ‘oggi’ ricostruisce il terremoto che il 15 gennaio 1968  (magnitudo Mw 6.5 – Intensità epicentrale X Scala MCS ) sconvolse la Sicilia occidentale. Mario Mattia (INGV), uno dei curatori del libro,  ci accompagna con le sue parole tra le pagine di quest’opera.


Ricordo benissimo la prima volta che andai nel Belìce, alla ricerca dei siti per le nuove stazioni geodetiche INGV che dovevano essere installate in Sicilia Occidentale. Era il tramonto di un novembre gelido e il benzinaio di Santa Ninfa cui chiesi informazioni sulla strada per raggiungere il “Cretto” dell’artista Alberto Burri (la grande opera di land art che ricopre il vecchio abitato di Gibellina, abbandonato dopo il terremoto del 1968) fece una smorfia strana.

“La strada gliela indico, ma io di sera in quel posto non ci andrei” disse.
“E perché?”
“Mi fa impressione. Là sotto ci sono le case e le persone”

Una “breccia” nel Cretto di Alberto Burri, mostra alcuni dei ruderi del vecchio abitato di Gibellina (2014, foto Sandro Scalia).

Mi avviai lo stesso verso il Cretto, ma la suggestione delle parole del benzinaio ormai aveva fatto il suo lavoro e così, quando mi ritrovai da solo nelle viuzze di cemento bianco colorate dal rosso della luce del tramonto, una sensazione di difficile definizione, veloce e fortissima, mi sconvolse. Il pensiero che lì, sotto ai miei piedi ci fossero ancora le macerie di un intero paese, con le sue case, il bar in piazza, le chiese, i cortili e i negozi evocò la strana sensazione di trovarmi al culmine di una lunga salita, con una discesa davanti. E nell’attimo esatto che separa due mondi. Il mondo del “prima” e il mondo del “dopo”.

Gibellina, 25 Gennaio 1968 – Uno dei Vigili del Fuoco, vittima dei crolli seguiti ad una delle scosse successive, mentre si portavano avanti operazioni di recupero delle vittime. (foto Scafidi)

Negli anni successivi, il tarlo che quella sensazione mi aveva messo dentro in modo indelebile ha trovato ragione di essere nelle tante attività di ricerca che ho potuto sviluppare, grazie anche al supporto finanziario del Dipartimento Terremoti dell’INGV. In mare a eseguire profili sismici, tra le rovine di Selinunte e nelle montagne della Sicilia Sudoccidentale a fare misure GPS, con i geologi dell’Università di Catania e Napoli a preparare rilievi e prelevare campioni, cercando le faglie che avevano scatenato quella incredibile storia che è stata e, per certi versi è ancora, legata al terremoto del Belìce del 15 gennaio 1968, il primo terremoto catastrofico dell’Italia repubblicana. Il primo di una serie di grandi catastrofi sismiche che hanno segnato la storia del nostro Paese e, con esso, l’inizio dell’evoluzione nell’approccio alle tematiche di Protezione Civile. Proprio nel Belìce, la risposta della Stato mostrò il suo volto peggiore alla frattura fisica, culturale e identitaria che un forte terremoto può causare in era contemporanea.

Vista dei ruderi di Poggioreale dal drone INGV (2020, foto Massimo Cantarero).

Poi, come spesso succede, fu un incontro casuale a risvegliare la sensazione di volere esplorare quel “dopo”, quella discesa che in un giorno di qualche anno prima avevo percepito davanti a me, tra le stradine del Cretto di Burri.

Accadde che Franco Nicastro, ultimo vicedirettore de “L’Ora” di Palermo mi rivelò che esisteva un enorme archivio fotografico che la Regione Siciliana aveva acquistato dagli ultimi proprietari del giornale “L’Ora”, frutto del lavoro di decine di fotoreporter che avevano lavorato per quel giornale, che faceva delle immagini a tutta pagina un carattere distintivo della sua unicità nel panorama editoriale siciliano e nazionale. Da lì, la prima iniziativa fu la realizzazione della mostra INGV “Paesaggi Sismici” (insieme al collega Paolo Madonia), in occasione dei 50 anni dall’evento sismico, utilizzando solo alcuni scatti di quella autentica miniera di immagini. Poi, circa un anno fa, dopo l’incontro con Sandro Scalia e Donata Napoli, docenti all’Accademia di Belle Arti di Palermo, è maturata l’idea di analizzare in dettaglio il territorio della Valle del Belìce allo scopo di verificare dove aveva portato quella “discesa” che avevo intravisto tanti anni fa.

Santa Margherita Belìce – Accampamenti di fortuna all’indomani della scossa del 15 gennaio 1968.

Era stato colmato il ritardo di sviluppo economico di quella zona d’Italia? Erano state rispristinate le condizioni socio-culturali pre-evento? La risposta dello Stato, anche se tardiva, è stata efficace?

Queste, in sintesi, alcune delle domande alle quali abbiamo provato rispondere e, in questo senso, le fotografie scattate dai giovani fotografi dell’Accademia (guidati dai loro docenti) hanno dato la più immediata e comprensibile delle risposte. Che, credo, si evince benissimo dalle pagine di “Belìce Punto Zero”.

Biglietteria mobile delle Ferrovie dello Stato. All’indomani della replica del 25 gennaio 1968, il Ministero dell’Interno concesse biglietti gratuiti per qualunque destinazione a tutti i residenti nella Valle del Belice. 40.000 belicini emigrarono nei tre mesi successivi.

Il “vuoto” che emerge come assoluto protagonista di quelle foto è la sensazione ed allo stesso tempo il messaggio che speriamo riesca a passare attraverso il nostro lavoro di documentazione e ricerca fotografica e testuale. Una risposta che ha prodotto città “espropriate” dalla cultura e dalle originali esigenze della popolazione belicina. Modelli urbanistici sovradimensionati “calati” dall’alto di modelli totalmente estranei alla cultura siciliana. Nessuna iniziativa industriale di rilievo e, invece, la voglia di rinascita, totalmente autoctona, attraverso l’agricoltura e, in particolare, attraverso la filiera vitivinicola.

Poggioreale nuova, Piazza Elimo, progettata dall’Architetto Paolo Portoghesi (2020, foto Sandro Scalia).

Gli “occhi nuovi” dei giovani fotografi hanno visto la “vecchia realtà”, fatta di scorci buoni per immagini d’impatto da pubblicare sui social, e hanno trasmesso questo inesorabile, tragico, racconto di uno dei più grandi fallimenti della politica italiana del dopoguerra.
Il “Punto Zero”, per essere precisi. 

A cura di Mario Mattia, INGV-OE.

Il libro fotografico “Belìce Punto Zero”, scaricabile in formato PDF da ingv.it ⬇️, è il primo titolo delle “Edizioni INGV”. L’iniziativa è stata realizzata nell’ambito delle attività del Settore Comunicazione e Divulgazione Scientifica dell’INGV, coordinato da Massimo Crescimbene. I partner del progetto editoriale, oltre l’Accademia di Belle Arti di Palermo, sono stati la Biblioteca Centrale della Regione Siciliana “A. Bombace” che ha concesso la riproduzione delle foto depositate presso l’Archivio Fotografico del giornale “L’Ora”, L’Università di Catania e il CRESM (Centro Ricerche Economiche e Sociali).


Nel 2018, in occasione del cinquantesimo anniversario del terremoto del Belìce, abbiamo dedicato due articoli di approfondimento:

I terremoti del ‘900: Il terremoto del 15 gennaio 1968 nella Valle del Belice (Parte 1)

I terremoti del ‘900: Il terremoto del 15 gennaio 1968 nella Valle del Belice (Parte 2)