Il terremoto del 25 aprile 1836 in Calabria nord-orientale: quadro delle conoscenze sismotettoniche

Il 25 aprile del 1836 un forte terremoto colpì la Calabria nord-orientale. L’area epicentrale del sisma è stata individuata nei pressi di Rossano Calabro (CS) attraverso l’analisi della distribuzione dei danni. Nonostante l’ubicazione costiera dell’evento e la conseguente mancanza di dati sismologico-storici relativi agli effetti prodotti a largo del litorale ionico, è stato possibile calcolare una magnitudo momento Mw pari a 6.2.

L’intensità massima, corrispondente al X grado della scala Mercalli-Cancani-Sieberg (MCS), fu registrata nell’abitato di Crosia (CS), che subì i danni più rilevanti. Livelli di danneggiamento molto severi interessarono anche Rossano Calabro e Calopezzati, dove è stata stimata un’intensità pari al grado IX MCS (Fig. 1, Rovida et al., 2022).

Fig. 1. Distribuzione delle intensità (scala MCS) del terremoto del 25 aprile 1836 (Rovida et al., 2022). Nell’ingrandimento un dettaglio dell’area epicentrale, compresa fra gli abitati di Rossano Calabro e Mirto, entrambi in provincia di Cosenza (CS).

Quello del 1836 è solo uno dei grandi terremoti che hanno colpito il territorio calabro negli ultimi quattro-cinque secoli e, tra questi, ricordiamo le sequenze sismiche del 1638 e del 1783, caratterizzate da forti terremoti che hanno superato magnitudo stimata Mw 7, nonché gli eventi del 1832 (Mw 6.7), del 1905 (Mw 7.0) e del 1908 (Mw 7.1).

Il terremoto del 1836 si colloca in un settore della penisola italiana geologicamente complesso, ovvero nella zona di giunzione tettonica fra l’Appennino meridionale e l’arco calabro. La giustapposizione di questi due domini tettonici è definita da un’ampia zona di faglia perpendicolare all’arco calabro stesso, nota come “Linea del Pollino”, che consiste in un allineamento tettonico orientato circa NO-SE a cinematica trascorrente sinistra (e.g. Tansi et al., 2007), che mette a contatto le sequenze sedimentarie marine del Meso-Cenozoico dell’Appennino meridionale con i corpi metamorfici e ignei della Calabria (Fig. 2).

Fig. 2. Assetto tettonico-strutturale dell’arco calabro (modificato da Tansi et al., 2007). Il rettangolo azzurro a tratteggio indica la zona epicentrale del terremoto del 1836, nonché l’area oggetto dello studio di Gori et al. (2016).

Nel corso degli ultimi decenni sono stati condotti diversi studi che hanno cercato di fare luce sul quadro strutturale della zona colpita dall’evento sismico del 1836, analizzando le faglie presenti nell’area e la loro possibile attività recente, alla ricerca della faglia responsabile del terremoto. L’elemento tettonico principale interessa la zona di Rossano Calabro, appartenente alla cosiddetta “Linea Cetraro-Rossano” di Moretti e Guerra (1997), anche noto come Faglia di Rossano (e.g. Corbi et al., 2009; Galli et al., 2009), ad andamento circa E-O. La struttura tettonica mostra una storia cinematica complessa, con movimenti sia trascorrenti che normali con componente obliqua. Van Dijk et al. (2000) e Muto et al. (2014) hanno invece identificato nell’area un’ampia zona di faglia a cinematica transpressiva sinistra, orientata circa NO-SE, che si interromperebbe proprio in corrispondenza della suddetta Faglia di Rossano.

Da un punto di vista dell’attività recente della Faglia di Rossano, Galli et al. (2009) hanno descritto possibili evidenze geologiche di movimenti di tipo distensivo nell’Olocene. Invece, Folino Gallo (2010) e Tansi et al. (2024) hanno mostrato evidenze geologiche di attività nel Quaternario iniziale di faglie a cinematica transpressiva sinistra nella zona di Rossano Calabro e nei settori circostanti. 

Fig. 3. Schema geologico-strutturale della parte nord-orientale dell’arco calabro tratto da Folino Gallo (2010), nella zona di Rossano Calabro. Il rettangolo rosso indica l’area di indagine di Gori et al. (2016). 

La cosiddetta “Linea Corigliano-Rossano” è stata, invece, ipotizzata essere la faglia responsabile del terremoto del 1836 da Moretti (2000), mentre Galli et al. (2009) considerano la suddetta Faglia di Rossano, come struttura tettonica estensionale responsabile del forte evento sismico. Secondo gli stessi autori, la faglia sarebbe stata anche responsabile di un evento sismico che avrebbe colpito la medesima area nel 951 d.C. (magnitudo equivalente 6 secondo Guidoboni et al., 2019). Tuttavia, ad oggi non sono stati individuati elementi geologici che confermino l’attivazione della Faglia di Rossano in occasione di questo evento sismico.

Ricerche condotte in tempi più recenti (Gori et al., 2016) hanno messo in luce, per la prima volta, dei segnali di attività tettonica estremamente recente in un settore specifico del territorio. Tale ramo di faglia è stato localizzato tra gli abitati di Mirto e Marina di Calopezzati, situandosi proprio nell’area che subì il maggior impatto distruttivo durante il sisma del 1836.

Le indagini condotte hanno permesso di individuare una zona di faglia caratterizzata da cinematica transpressiva sinistra, caratterizzata dalla presenza di piani sia trascorrenti che inversi. Nello specifico, l’osservazione delle pareti di uno scavo edilizio (Fig. 4) ha rivelato una chiara struttura di faglia posizionata in prossimità del litorale, sulla sinistra idrografica del Torrente Fiumarella. 

Fig. 4. Parete settentrionale di un scavo realizzato per la costruzione di un edificio nei pressi dell’abitato di Mirto.

Tale zona di faglia, orientata circa NO-SE, ha deformato e dislocato sedimenti marini riferibili al Pleistocene medio, che oggi affiorano ad alcuni metri sopra il livello del mare a causa del sollevamento regionale che interessa la Calabria a partire dal Pleistocene medio (e.g. Westaway, 1993). Questi sedimenti risultano piegati e dislocati da piani di faglia inversi (Figg. 5 e 6). Questi mostrano un senso di accavallamento e trasporto verso monte, i cui movimenti non sono quindi imputabili a fenomeni non tettonici, quali frane.

Fig. 5. a) Parete dello scavo analizzato. b) Schema stratigrafico-strutturale della parete dello scavo (modificato da Gori et al., 2016)
Fig. 6. Dettaglio della zona di faglia individuata nella parete dello scavo. Le linee rosse indicano i principali piani di taglio; le due linee (nera a tratteggio e gialla a puntini) marcano alcuni livelli sedimentari dislocati dalla zona di faglia.

Tali deformazioni e dislocazioni hanno interessato anche sedimenti molto recenti, datati dagli autori all’Olocene con il metodo del Radiocarbonio, testimoniando l’attività di questa zona di faglia anche negli ultimi millenni. Inoltre, tale struttura tettonica sembra collocarsi in corrispondenza di una scarpata posizionata a pochi metri dal mare e lungo la quale furono segnalati fenomeni ambientali cosismici in occasione del terremoto del 1836.

Il quadro strutturale della regione e le evidenze di deformazione dei sedimenti quaternari permettono di associare la zona di faglia osservata da Gori et al. (2016) all’attività di una ampia zona di deformazione tettonica trascorrente sinistra, le cui evidenze sono state individuate sia a terra (Muto et al., 2014; 2015) che a mare (e.g. Van Dijk, 2000; Ferranti et al., 2014).

Nonostante la necessità di approfondire le ricerche con ulteriori indagini geologiche sul campo, i dati attualmente disponibili consentono di formulare l’ipotesi robusta che la struttura di faglia individuata da Gori et al. (2016) abbia ricoperto un ruolo centrale nel meccanismo sismogenetico del terremoto del 1836.

A supporto di questo quadro, si segnala un terremoto di magnitudo ML 3.9 al largo della costa ionica cosentina, nei pressi di Rossano Calabro. Sebbene l’analisi di un singolo terremoto richieda prudenza, il suo meccanismo focale indica una dislocazione transpressiva sinistra su un piano orientato NO-SE. Tale dinamica appare coerente e compatibile con il modello strutturale proposto da Gori et al. (2016) e con quanto già osservato da Tansi et al. (2024).

Fig. 7. Epicentro (stella bianca) e meccanismo focale dell’evento di Ml 3.9 avvenuto il 6 marzo 2026, alle 14:21.

Per ulteriori approfondimenti si veda https://amq.aiqua.it/index.php/amq/issue/view/13

A cura di Emanuela Falcucci e Stefano Gori, INGV-Roma 1


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