22 maggio 1960: il terremoto di Valdivia in Cile, il più grande mai registrato

Il 22 Maggio del 1960, al largo della costa meridionale del Cile, è avvenuto il terremoto più forte mai registrato dagli strumenti sismici: magnitudo 9.5. Viene ricordato come terremoto di Valdivia, perché questa città è stata la più colpita dall’evento, ma in realtà le zone distrutte e danneggiate si estendono per centinaia di chilometri lungo la costa e nell’entroterra.

La zona dove è avvenuto il terremoto si definisce “megathrust”, ossia una grande area di contatto tra due placche tettoniche, dove i terremoti sono causati dal loro movimento: la placca di Nazca, nel Pacifico, si inflette e “scivola” al di sotto di quella Sud-Americana (processo di “subduzione”). Le due placche si avvicinano ogni anno in media di 7-8 centimetri.

Fig. 1. Schema delle placche tettoniche nel Pacifico meridionale

Nelle zone di “subduzione”, l’accumulo continuo di tensione per decenni e secoli genera i più grandi terremoti, come appunto accaduto nel 1960 e, più recentemente, nel 2004 in Indonesia (magnitudo 9.3) e nel 2011 in Giappone (magnitudo 9.1). Nel 2010 in Cile è avvenuto un altro grande terremoto, di magnitudo 8.8 (Maule).

La zona di rottura del terremoto del 1960 si estende per oltre 800 chilometri da Arauco (alla latitudine di 37°S) fino all’arcipelago di Chiloé (lat. 45°S).

Fig. 2. Isolinee di danneggiamento (linee colorate) e distribuzione della sismicità dal 1900 al 2015. Sembra che la zona interessata dal grande terremoto del 1960 sia caratterizzata da una minore attività sismica (fonte dati e mappa: USGS).

La velocità con cui si è propagata la rottura lungo la faglia, principalmente da Nord a Sud, è stata stimata in circa 3.5 km/s, con una durata dell’intero processo di fagliazione cosismica pari a circa 4 minuti. Lo spostamento medio delle due placche è stato stimato in 11 metri, con dei massimi fino a 20-30 metri (forse anche maggiori) in alcune parti della faglia.

Il terremoto del Cile del 1960 ha rilasciato da solo circa un quarto dell’energia rilasciata da tutti i terremoti del mondo in un secolo (1906-2005).

Fig. 3. Confronto tra l’energia (seismic moment) rilasciata dai terremoti nel mondo dal 1906 al 2005. Grafico di Richard Aster (New Mexico Tech), Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9479660

Per avere un’idea della differenza nell’energia rilasciata dai terremoti, molto interessante questo video:

Lo tsunami

Il terremoto è stato seguito da un violento tsunami, con onde alte fino a 25 metri sulle coste di Isla Mocha, Cile, vicino all’epicentro, e di poco inferiori in molte altre località lunga la costa cilena.

Fig. 4. Persone a Puerto Saavedra si sono portate in salvo sulle colline prima dell’arrivo dello tsunami, probabilmente allertate dal grande terremoto.

L’animazione sotto illustra la propagazione delle onde di tsunami nell’Oceano Pacifico. La modellazione dello tsunami del video, realizzato da Fabrizio Romano e Manuela Volpe del Centro Allerta Tsunami dell’INGV, si basa su un modello di rottura eterogeneo della faglia, realizzato dai sismologi giapponesi Fujii e Satake nel 2013 (Fujii, Y., Satake, K., Slip Distribution and Seismic Moment of the 2010 and 1960 Chilean Earthquakes Inferred from Tsunami Waveforms and Coastal Geodetic Data. Pure Appl. Geophys. 170, 1493–1509 (2013), doi:10.1007/s00024-012-0524-2).

Come si vede nell’animazione, lo tsunami raggiunse le coste di tutto l’oceano Pacifico. In rosso le onde positive, in blu quelle negative (abbassamento del livello del mare).

Lo tsunami giunse alle Hawaii dopo circa 15 ore, con onde superiori ai 10 metri di altezza; in Nuova Zelanda le onde raggiunsero altezze comprese tra i 5 e i 10 metri e, dopo 22 ore circa, lo tsunami colpì le coste del Giappone.

A Waiakea, sull’isola di Hilo alle Hawaii (a 10.000 km dal Cile), lo tsunami causò 61 vittime e la distruzione di numerose località.

Danni a Waikea, sull’isola di Hilo (Photo credit: U.S. Navy). Si notino i resti sparpagliati nell’area e le colonnine dei parchimetri piegate dalla forza dell’acqua.  Solo gli edifici in cemento armato rinforzato o in acciaio sono rimasti intatti, mentre moltissimi furono distrutti o trascinati via.

La variazione del livello del mare, causata dallo tsunami, fu registrata anche ai mareografi inglesi, dalle isole Bermuda fino in sud Africa e in Australia rendendo questo, il primo tsunami globale.

La vastità dello tsunami di Valdivia, diede un nuovo impulso agli studi e all’implementazione dei sistemi di allertamento rapido da tsunami. Basti pensare al caso del Giappone e delle Hawaii, dove nessuno sentì la scossa di terremoto (ci sono molte migliaia di chilometri di distanza dal Cile) e nessuno fu in grado di lanciare un’allerta. Quando le onde di tsunami generate dal terremoto raggiunsero le coste giapponesi la mattina successiva, con altezze comprese tra i 3 e 6 metri, gli abitanti furono colti totalmente di sorpresa, e i danni economici furono molto ingenti. Nel 1964 iniziò la sua attività il Pacific Tsunami Warning System.

Fig. 6. Danni dello tsunami del Cile in Giappone (Kamaishi)

A cura del Centro Allerta Tsunami dell’INGV


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